7 giugno 2019

Gigi il Vincente

Oggi vi presento una tipologia particolare di persona disabile in carrozzina: Gigi il Vincente.
Una delle preoccupazioni principali di Gigi il Vincente è mostrare ai non disabili che lui NON È come gli altri disabili. Per questo obiettivo, si applica quotidianamente.
Gigi è riuscito ad "affermarsi" e a "realizzarsi" in qualche modo in un mondo che lo discrimina, e di base si crede più bravo degli altri: da qui il suo appellativo.
Gigi, dicevo, ci tiene tantissimo a differenziarsi dalle altre persone disabili.
Innanzitutto, ripete spesso innervosito che le persone non disabili "pensano che i disabili siano tutti uguali", e invece per lui è importante specificare che lui - attenzione - ha una disabilità fisica, diversamente dalle persone con disabilità intellettiva. Queste ultime sono quelle per cui, secondo lui, sono accettabili in alcuni casi le strutture residenziali o altri tipi di "soluzioni" segreganti in ogni ambito della vita. Lo sentite spesso giustificare cose improponibili con frasi come "Eh, ma pensa ai disabili intellettivi!!". Ah, e gli si scalda il cuore e gli vengono le lacrime appena una persona con disabilità intellettiva fa una minima cosa in autonomia. Già, proprio come alcune persone non disabili fanno con lui.
Inoltre, Gigi ci tiene a far sapere a tutto il mondo che lui è realizzato anche se è in carrozzina perché si è rimboccato le maniche, non si lamenta e ha molta forza di volontà, e quindi prende le distanze da molte altre persone disabili affermando che sono pigre e si piangono addosso. Non accenna alle discriminazioni sistematiche che lui e i suoi pari subiscono: probabilmente le vede ma forse preferisce non pensarci. Così come sembra ignorare che se lui fa più o meno quello che vuole della sua vita è anche perché vive in un contesto favorevole con una o più di queste caratteristiche: una famiglia che lo sostiene, buone condizioni economiche di base, politiche sociali decenti o anche "solo" una città non troppo inaccessibile.
Gigi il Vincente preferisce vivere nel mondo dorato delle favole dove le persone disabili raggiungono tutto se si impegnano abbastanza, e non perde occasione per raccontare dei suoi "successi": ogni tanto ripete che fa sesso, ha una laurea, un lavoro, una ragazza, un sacco di amici "che nemmeno vedono la sua disabilità". I suoi "successi", tipo il fatto che fa sesso, non devono sfuggire alle persone non disabili, uniche vere interlocutrici da cui gli interessa farsi sentire, e ve l'ho già detto che fa sesso? Gigi mi ha detto di dirvelo.
***
Mi rendo conto che fare ironia su Gigi non è il modo migliore per affrontare il problema, ma per oggi mi è venuto questo.
Il comportamento che ho descritto deriva dal fatto che ci viene detto che la disabilità è una tragedia, una cosa brutta brutta brutta, preferibilmente da non nominare, che più distanziamo dalla nostra identità più siamo socialmente accettati, con tutti i benefici che ne derivano.
Sentire il bisogno di "vantarsi" di qualcosa che si è fatto buttando giù altri che non l'hanno fatto, o distanziarsi da altre persone disabili definite "più gravi", è semplicemente un modo di affrontare le discriminazioni. Pessimo, ovviamente, perché la discriminazione è uguale per tutta la categoria, ed è controproducente - oltre che crudele - fare differenziazioni interne.
[Maria Chiara]

28 maggio 2019

Le rampe mobili implicano dover chiedere il permesso

Parliamo di rampe mobili nei locali per chi usa le carrozzine elettriche o comunque non riesce a fare scalini.
Dovrebbero funzionare così: tu schiacci il pulsante apposito e esce un impiegato che ti sistema la rampa. Silenzio imbarazzato per chi non ha pensato che c'è chi non può alzare le braccia e schiacciare il pulsante, ma dettagli. Non è questo il punto. Vabbè, entri, ti fai i cacchi tuoi nel locale e poi, quando è ora di uscire, richiami il tipo che ti rimette la rampa.
Per me, messa così è peggio che se la rampa non ci fosse.
Non sei più un cittadino invisibile: ora il tuo status è passato ufficialmente a "cittadino di serie B". Le rampe mobili sono una soluzione che avalla l'idea (già parecchio diffusa) che il tempo delle persone disabili abbia meno valore. È un metodo che ci tiene zitti e buoni perché finalmente possiamo entrare: ma al prezzo di essere dipendenti, di dover chiedere il permesso in uno spazio pubblico. Ci viene chiesto, in pratica, di accettare cose che per le persone non disabili non sarebbero concepibili.
E personalmente, a queste condizioni, preferisco non entrare per niente. E parlo da una che vive in una città dove la stragrande maggioranza dei locali, dei bar e dei ristoranti non sono accessibili alle persone in carrozzina elettrica.
Certo, se magari abiti in una città dove un momento prima potevi andare solo in quell'unico bar, in quell'unica discoteca, in quegli unici due negozi e a un certo punto un po' di locali mettono la rampa removibile, tiri il fiato per un attimo. Hai un po' di ossigeno da respirare.
Hai finalmente accesso a una parte di città che prima ti era preclusa.
Ma è un accesso condizionato. Un accesso per cui devi chiedere il permesso e aspettare. E alla lunga, secondo me, il peso psicologico diventa tanto. Chiedere il permesso, perché di questo si tratta, ha un prezzo sul mio benessere che non mi posso permettere.
La sfida tra il non esistere agli occhi di commercianti/gestori di locali/società e l'aspettare che qualcuno ti permetta di entrare fa schifo in ogni caso. Ma se proprio proprio devo scegliere, preferisco la prima, essere invisibile. Perché è un attimo abituarmi alle soluzioni di serie B, e non voglio abituarmici. Viviamo già in un mondo che per le persone disabili è fatto di soluzioni di serie B (trasporto pubblico utilizzabile solo se prenotiamo prima, barriere nel votare): non ne voglio altre.
Specialmente non ne voglio altre se vengono proposte come il non plus ultra del progresso, un baluardo di "sensibilità" (si sente dire spesso questa parola quando si parla di disabilità, ormai mi esce dalle orecchie...).
Non sono una stronza senza cuore (credo) e mi preoccupo per gli adolescenti in carrozzina che cominciano a uscire (sempre che abbiano l'assistenza eh) e andare per locali: è più probabile che giustamente a loro vada bene qualunque cosa, mobile o fissa. Se i gestori sono più facilmente persuasi a mettere le rampe mobili, ben vengano le rampe mobili, perché il diritto di divertirsi degli adolescenti viene prima di tutto. Io intanto continuerò a combattere per quelle fisse, perché quando si tratta di diritti, contrattare - per me personalmente - è umiliante e fuori questione.
Non voglio assolutamente mettere in dubbio le priorità di attivismo di ognuno di noi, ma forse se cominciassimo tutti a dire che sono necessarie le pedane fisse il messaggio passerebbe più in fretta.
Spesso sento dire che le pedane mobili sono pur sempre "un inizio", ma perché dovrebbe essere questo l'inizio e non la rampa fissa?
Più che un inizio, alla meglio mi sembra un contentino ipocrita e caritatevole, alla peggio una dichiarazione di subalternità (nostra ovviamente).
Nel grande schema delle cose, controproducente. Voglio tutto ciò che mi spetta, fine della storia.
[Elena]

26 maggio 2019

Sul diritto al voto

Dunque, il seggio vicino a casa nostra ha gli scalini per entrare, e nel seggio accessibile ci chiedono di presentare un certificato medico che attesti il fatto che non possiamo fare le scale - come se non fosse evidente. Le persone cieche o che non si possono muovere non hanno il diritto a un voto segreto. Le persone trans, non binarie o intersex si vedono divise in liste di uomini o donne. Le donne sposate hanno il cognome del marito sulla tessera elettorale. Bene così.
Buon voto!

Maria Chiara e Elena

13 maggio 2019

Il Disability pride, o perché sono fiera di essere disabile

Io sono orgogliosa di essere disabile.
È il concetto del disability pride, così come c'è il pride LGBTQI.
La disabilità non è mai stata un'identità da cui ho sentito la necessità di distanziarmi, penso invece che abbia portato varie cose positive nella mia vita: aver sempre bisogno di aiuto fisico rende più creativi e consapevoli dell'interdipendenza tra le persone, sviluppa le capacità comunicative e l'empatia.
Ma non è per questo che mi considero orgogliosa di essere disabile. Lo sono perché essere disabile mi ha portato vicina a innumerevoli storie di discriminazione che non avrei mai conosciuto altrimenti. Storie che mi hanno reso più solidale, più umana, che hanno allargato il mio sguardo sull'ingiustizia che ci circonda.
A volte si arriva a un punto di non ritorno.
Quando si hanno amici che quasi non escono perché non hanno la possibilità di assumere assistenti personali, ti si rompe qualcosa dentro, e non si torna indietro.
Quando si vede che la normalità per i ragazzi disabili è frequentare l'università online, perdendosi opportunità e incontri, perché per loro non ci sono abbastanza risorse, ci si sente soffocare, e non si torna indietro.
Quando si sa che le persone disabili sono così poco valorizzate in Italia che spesso agli studenti con disabilità intellettiva si fanno vedere i cartoni animati, non si torna indietro.
Quando si vedono persone disabili che credono davvero che non hanno relazioni perché il loro corpo è "diverso", e non perché hanno barriere sociali, non si torna indietro.
Non si è più quelli di prima: la rabbia bruciante si mischia all'orgoglio, e le due cose si alimentano a vicenda.
Funziona così il pride delle minoranze: è una fierezza che nasce in contrapposizione all'essere considerati "difettosi" e "diversi".
Più ci valutano così, più, in risposta, noi sentiamo il pride. Più veniamo rappresentati male in tv, più diventiamo orgogliosi di chi siamo. Più non siamo previsti, più ci facciamo vedere. Più ci fanno cascare i diritti dall'alto, come fossero favori e concessioni, più non ci scusiamo di esistere.
Essere disabile mi ha portato a conoscere persone meravigliose da cui ho imparato moltissimo e una community fantastica: sarò parziale ma il movimento internazionale delle persone disabili per me è il più inclusivo, diversificato e fiero di tutti!
Una community che quando si organizza fa cose fuori dal mondo, come i Rolling Quads, grazie al cui coraggio i teenager americani e del nord Europa danno per scontato di ricevere 24 ore di assistenza personale, perché non hanno conosciuto un mondo senza assistenti personali. La storia delle persone disabili vanta movimenti di liberazione dalle strutture segreganti grazie alla complicità tra le persone disabili e i loro assistenti; occupazioni dei luoghi di potere che durano giorni pur con condizioni fisiche non ideali; alleanze con gli attivisti per i diritti degli afroamericani; persone disabili che si arrampicano sulla gradinata della sede del congresso statunitense e obbligano a firmare testi di legge; persone in carrozzina che con la resistenza non violenta rendono accessibili gli autobus di intere metropoli.
Tutto questo, anche, è il disability pride.
Solo se "disabile" è un'identità che si indossa a testa alta si ottengono le cose. Usando troppi "per favore", scusandosi quasi di esistere, storicamente si ottiene poco.
Noi persone disabili dobbiamo riappropriarci del pride. Un pride che può avere mille sfumature diverse: l'importante è che comprenda la rivendicazione di avere uguale valore rispetto a chi non è disabile. Un non scusarsi di essere più lenti. Di avere bisogni diversi da quelli previsti. Di occupare più spazio. Di percepire il mondo in modo non standard. Di volere le stesse cose di tutti.
[Maria Chiara]

4 maggio 2019

Quando si assiste a una discriminazione

Ultimamente sto leggendo tante vicende orrende di discriminazione sui mezzi pubblici, soprattutto ai danni di persone non bianche. E mi è rivenuto in mente un episodio successo a Londra due anni fa.
Era inverno, io e Chiara dovevamo tornare a casa dopo un giro in centro a fine pomeriggio. Avevamo deciso di prendere un autobus: lento e affollato, ma la metro in quel punto non era accessibile. Dopo parecchia attesa ecco arrivare il nostro autobus, finalmente.
L'autista, dal suo sedile di guida, ha fatto scendere la rampa automatica e io sono salita per prima: le mie mani hanno subito cominciato a scaldarsi. Chiara è salita dietro di me e ci siamo sistemate come al solito. Ma l'autobus non partiva, e dopo pochi secondi abbiamo visto l'autista venire verso di noi.
Eravamo con due assistenti, e la donna si è rivolta a loro.
"Non possono salire due carrozzine insieme, una deve scendere"
Aggressiva, scortese e rivolta ai bipedi: decisamente non una bella cosa.
La scena è stata pessima. Malgrado le nostre proteste, l'autista urlava sempre più forte, e Chiara alla fine è scesa per cercare un taxi.
Ironia della sorte, l'autista era nera. E quindi, mentre cercavo di difendermi da un attacco gratuito, io pensavo a Rosa Parks e a quanto simili siano le categorie "disabili" e "neri": stessa storia di segregazione e divieto di accesso ai mezzi pubblici.
La cosa più brutta però non è stata il fatto in sé: l'autista che urlava peggiorando sempre di più ("c'è una badante per ciascuna, quindi possono andare in autobus separati!!"), l'abuso di potere, il fatto che eravamo stanche dopo una giornata fuori e non al nostro meglio per piantare una protesta.
Il peggio è stato che praticamente tutti gli altri passeggeri sono rimasti apatici, con l'espressione vacua.
Solo un paio di persone ci hanno difeso debolmente, più che altro parlottando tra loro chiedendosi se la mia poteva essere definita sedia a rotelle o passeggino per bambini.
Una discriminazione così esplicita (con tanto di urla) non mi era mai capitata in pubblico. Appena sono tornata a casa ho fatto la segnalazione sul sito dei trasporti, ma quello che sarebbe servito davvero era il supporto delle persone presenti. Non perché non mi so difendere da sola, ma perché c'era un grosso, evidente squilibrio di potere che andava colmato.
Mi ricorderò sempre di chi si è opposto pubblicamente a un trattamento disumanizzante, di chi ha mostrato sdegno a comportamenti non accettabili, più che di una persona a caso che mi ha discriminato.
Perché anche se questa dell'autobus è stata plateale, la discriminazione non arriva sempre suonando i tamburi. Spesso sembra mascherata da buone intenzioni ed è più sottile e difficile da individuare, immersi come siamo in una cultura abilista.
Mi succede di sentire o sperimentare cose discriminatorie in pubblico. Sottintesi, discriminazioni più subdole che penso di notare solo io. Una prof che mi salta con una scusa dal giro di presentazioni, un prof che mi usa come scusa per imporre il silenzio ("zitti, date fastidio a Elena!"), o complimenti sperticati a me per il fatto che esisto e faccio cose normali o a qualcuno a me vicino perché "mi aiuta".
Invece poi mi giro, guardo gli astanti. E molto spesso c'è qualcuno che guarda la scena attentissimo con l'espressione oltraggiata, o stupita, o confusa. Qualcuno che sembra aver colto tutto.
Sono contenta quando vedo qualcuno che ha afferrato quello che è successo, perché si crea una connessione assurda: vuol dire che ho le spalle coperte e che se decidessi di sfidare la persona pubblicamente non sarei da sola. Poi a volte c'è anche chi mi difende attivamente, e allora lì devo solo rilassarmi e mangiare i pop-corn.
Quando assistite a un episodio di discriminazione verso qualcun altro, parlate. O fate capire che non siete d'accordo. È questo che resta.
[Elena]

15 aprile 2019

Persone disabili e relazioni: consigli in pillole

Questa settimana potete anche non comprare "Cioè", perché ci sono io che vi dispenso consigli.
Scherzi a parte, mi rivolgo in particolare agli adolescenti disabili.
Iniziamo subito con...
1) L'abilismo esiste, e si fa sentire
E non tanto da parte delle persone che ti interessano (perché se ti interessano, ci sarà pure un motivo!), quanto da persone esterne.
Riceverai vari commenti irrispettosi e paternalistici: sfidare le convinzioni errate a volte è bello, a volte solo difficile.
E se a essere abilista è la persona che ti interessava, fa male un attimo, ma come con le amicizie il tuo essere disabile è un filtro potente che ti risparmia un sacco di lavoro e ti evita di perdere tempo con persone con cui non vorresti avere a che fare.
2) Hai più barriere di altri
I locali inaccessibili, la scarsità di assistenza e il trasporto pubblico impraticabile si traducono spesso in opportunità mancate. Una grande parte degli ostacoli alle relazioni per molte persone disabili non autosufficienti sono gli scarsi fondi per l'assistenza, che letteralmente permette alle persone di vivere la vita.
Guarda il contesto in cui vivi in modo razionale... Non addossarti colpe, non sei tu meno interessante di altri, è che tu rispetto ad altri non puoi vivere appieno la tua città e hai meno opportunità (magari diventa un attivista e chiedi al Comune di imporre ai locali di mettersi a norma).
3) Sì, ci sta provando con te 
(se te lo stai domandando, insomma, è probabile)
Ho raccolto varie esperienze di persone disabili che hanno sperimentato questa cosa: non ricambiare le attenzioni in "fase di flirt" per paura di aver frainteso l'interesse dell'altra parte.
Sì, succede a tutti. Ma alle persone disabili potrebbe capitare un po' di più perché interiorizzano - come tutti - i messaggi dei media, in cui non sono incluse molte relazioni felici e normali in cui ci sono persone disabili.
È uno degli aspetti dell'abilismo interiorizzato, quindi abituati all'idea che non hai bisogno di vederti rappresentato nei media per considerarti un partner valido.
4) Non avere fretta
Il detto meglio soli che mal accompagnati sa tanto di la volpe e l’uva, ma ha un senso: non stare con qualcuno solo per non stare da solo.
Una relazione romantica è troppo spesso vista come l'ennesimo baluardo da conquistare, un bene da ottenere. Specialmente se sei disabile, non trasformarla nell'ennesima cosa da dimostrare alla società, insieme a tutte quelle cose che dovrebbero essere la prova che sei una "persona disabile di successo". Innanzitutto perché non è molto sano, e poi perché tanto ci sarà comunque chi continuerà a trattarti come una persona di serie B.
5) Coltiva i tuoi interessi
Fai il più possibile quello che ti piace, sperimenta cose nuove, scopri chi sei.
Frequenta gruppi diversi, esci dalla confort zone e prendi l'iniziativa su ciò che ti sta a cuore.
6) Il sesso non è un problema
Non più che per le persone non disabili.
Una delle abilità importanti è la creatività, e... sì, le persone disabili in genere ne hanno un sacco. E la fiducia, e la comunicazione. Quindi sii libero, non farti dire cosa devi essere e pensa fuori dagli schemi.
7) Non essere grato al tuo partner non disabile
La gratitudine (reciproca) è essenziale in ogni rapporto, ma non essere più grato al tuo partner di quanto lo sarebbe una persona non disabile, ché già ci pensa la società a chiamare eroi e santi e angeli le persone che ci stanno accanto.
Non ti scusare mai per il fatto che sei disabile; non credere di dover "compensare" in qualche modo.
Chi è attratto da te è attratto da tutto il pacchetto. Non "nonostante" la disabilità.
Diffida di chi ti dice che "non vede la tua disabilità": perché dovrebbe non vederla? È parte integrante della tua identità.
[Maria Chiara]

23 marzo 2019

Appello ai camerieri

Sono disabile, uso una carrozzina elettrica, e quando mangio fuori mi capita davvero spesso una cosa molto molto molto MOLTO spiacevole: i camerieri non mi danno il menù.
Insomma ok, sono bassa, la gente mi dice che dimostro meno degli anni che ho (e ne ho 23). Però di solito metto così tanto rossetto che sembro Moira Orfei, e in generale è evidente che sono ben oltre l'età in cui si impara a leggere.

Con la vostra leggiadrìa quasi elfica voi camerieri lanciate i menù sul tavolo. POC. POC. POC. Tanti magici Libri di Delizie lasciati lì con nonchalance quante sono le persone non disabili al tavolo. A me niente.
E non ho sempre voglia di alzare la manina e ricordarvi che sono una cliente, anche perché se aprissi la bocca potrei sputare il fuoco.

Ripeto, non darmi il menù è un comportamento diffuso. Il che è grave di per sé, perché divento aggressiva quando qualcosa si mette tra me e il mio cibo ("Non metterti tra il Nazgûl e la sua preda", come diceva qualcuno). Lo è ancora di più se a compiere l'atto infame è qualcuno che lo fa perché pensa che dato che sono disabile non so usare un menù. E quando ho fame è il momento peggiore per farmi un torto, ve lo dico.

Le persone vicine a me - che quindi hanno assistito più volte al fenomeno - appena vedono che sul tavolo c'è un menù in meno si affrettano a porgermi il loro, un po' come quando cerchi di placare Cerbero tirandogli la bistecca. E io in effetti vengo catturata dal menù e mi perdo nelle sue parole seducenti ("gnocchi", "ravioli", "polenta", "tortino"... mmmm, già sbavo) dimenticandomi di tutto il resto; anche se poi io e la persona con cui condivido il menù stiamo lì a guardare insieme come due piccioni col collo incriccato.

La cosa si fa più buffa (uso un eufemismo) quando sono a cena con persone che conosco da poco, o addirittura quando sono nelle tavolate con degli sconosciuti vicino. Quando le persone si accorgono che il cameriere non mi ha lasciato il menù o che non ci sono abbastanza menù sul tavolo, io devo spiegare l'assurdo:
"Eh sì, spesso i camerieri non mi danno il menù. Eheh. Mi sa che pensano che non so leggere..."
Seguono occhi sbarrati e sbigottimento da parte dei presenti, oltraggiati al sentire che di routine non mi viene dato il menù. Poi, per carità, è pure un buon argomento di conversazione.

Chiaramente, spesso richiamo il cameriere chiedendo un altro menù (mentre cerco di rimanere calma nel tentativo di non farmi scoppiare una vena dal fastidio), anche se non è facilissimo dato che i camerieri sono specializzati nello sgusciare via come anguille tra i tavoli evitando il mio sguardo.

Ma questo menu, ma vi fa fatica darlo ai clienti disabili? Ma cosa capperi pensate? Sono curiosa. Ok che c'è la crisi, ma fare economia sui menù non mi sembra la scelta più intelligente del mondo.

Ma le cose "buffe" non sono finite. Ad esempio, recentemente ero al bar con gli amici. Arriva la cameriera, che saluta tutti con un normale "Ciao!" e rivolge a me un sonoro "Ciao bambola!!"
Ciao bambola, capito? Cioè dimmi, ci stai provando? Perché sarebbe un tentativo di approccio un po' poraccio.

Poi capita spesso che i camerieri si rivolgano a qualunque bipede mi graviti intorno per chiedere cose che riguardano ME. "Posso portare via il suo piatto?", "Il dolce lo vuole?" (No, non stanno dando del Lei. Chiedono cose agli altri puntando il loro ditino verso di me).
Non che non sia già grave e assurdo così, ma a volte sbagliano persona e chiedono le cose su di me a degli sconosciuti pensando che siano con me, e questi ovviamente li guardano esterrefatti.

Una volta mi ero vista in un bar con una persona che mi doveva intervistare: la conoscevo da tipo tre minuti. Arriva la cameriera e ordiniamo i nostri caffè. Io chiedo anche una cannuccia. La cameriera torna coi caffè e con due cannucce, perché ne ha due tipi diversi. Ottimo, penso. Addirittura la scelta, che carina! Poi succede: LA CAMERIERA CHIEDE AL GIORNALISTA QUALE CANNUCCIA VOGLIO. Facepalm abissale.

Io non ce l'ho con i camerieri eh, ho tanti amici camerieri. Però vi prego, detto francamente, datevi una regolata. Lo dico anche per voi, ma sapete quante figure di merda fate?

(Vi prego di trasmettere il messaggio ai camerieri che conoscete, così da evitarmi l'ipertensione precoce.)

In foto, io quando un cameriere non mi dà il menù.

[Elena]



Descrizione immagine: primo piano di Elena vestita da Medusa, con i serpenti finti sulla testa e un'espressione sbigottita e infastidita
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