30 gennaio 2019

Di notte sogno le scale

Qualche notte fa ho fatto un incubo. Ho sognato che ero alla mia vecchia università a Londra, stava per iniziare una lezione. Ma all'improvviso l'occhio mi è caduto oltre la vetrina di una sorta di piccolo supermercato interno, su una scatola di dolcetti al tè matcha verdi, soffici e rotondi. Che costavano solo cinque sterline.
Ma non c'era tempo: dovevo andare in classe perché per arrivare all'aula avrei dovuto superare tre rampe di scale in braccio alla mia assistente, e se volevo arrivare in orario dovevo andare subito, seguendo prof e compagni che ci avrebbero tenuto aperte eventuali porte.
La mia assistente (non aveva un volto preciso) mi ha consigliato di prendere i dolcetti e pagarli dopo: sarebbe tornata giù una volta che mi avesse portato di sopra. Logico, no?
Ovviamente ho accettato perché nei sogni si è stupidi. Abitualmente non rubo ai supermercati.
Uscite con i dolcetti non pagati, ci siamo avviate per le scale. La sicurezza mi ha inseguito e mi ha fatto una multa di 239 sterline.
Il sogno finisce con me che litigo con la sicurezza del negozio, cercando di dire che se l'aula fosse stata accessibile non avrei dovuto correre. Ma loro sono inglesi, quindi inflessibili. Mi stanno già spedendo una multa a casa perché sono efficienti, sempre perché sono inglesi.
Questo sogno rivela un po' di cose sulla mia psicologia:
- sono rimasta traumatizzata da quanto inaccessibile fosse la mia vecchia università, dai vari ritardi alle lezioni dovuti alle barriere architettoniche e dall'inefficienza organizzativa per tutto ciò che riguardava gli studenti disabili
- mi manca l'Inghilterra e la sua precisione, anche se nel sogno mi va male
- mi ricordo ancora di quando (alle prime maldestre assunzioni) io dicevo di fare A e alcune assistenti mi consigliavano di fare B, e spesso se accettavo poi mi ritrovavo a dover risolvere i loro errori
- oltre a litigare per l'accessibilità, SOGNO di litigare per l'accessibilità, e questo fa di me la perfetta attivista sull'orlo del burn out. Cosa si vince?
- sono evidentemente ossessionata dai dolci al tè matcha, tanto da sognarli di notte come oggetto del desiderio
Bene ma non benissimo.

[Elena]

27 gennaio 2019

Giornata della Memoria, violenza di ieri e violenza di oggi

L'orrore nazista è cominciato con le persone disabili. Esse furono un vero e proprio laboratorio di sterminio per elaborare i mezzi più efficaci da usare poi nei campi di concentramento. Uccisioni compassionevoli, venivano chiamate, per delle "vite indegne di essere vissute".
Nei libri di scuola, sull'Aktion T4 c'è una riga se va bene.
Ma anche quando si conosce questa storia, se non la si mette in correlazione con il presente diventa un inutile esercizio accademico.
Perché oggi, in Italia, quali sono le storie che sentiamo?
Storie di persone disabili che vogliono vivere in libertà con degli assistenti, e non possono. Se decidiamo di vivere in delle strutture, ci dicono non si preoccupi, ci pensiamo noi. Se vogliamo partecipare a un "progetto" (li chiamano così) di assistenza personale non è mica così semplice... I fondi sono pochi, le persone tante - così ci dicono -, e ci dobbiamo spartire le briciole. Il tutto condito da un'insopportabile dose di paternalismo: dobbiamo descrivere la motivazione per cui vogliamo la "vita indipendente", gli obiettivi: ci danno un punteggio.
A 40 anni dalla legge Basaglia, circa 250mila persone disabili e non autosufficienti vivono ancora in struttura. Istituzioni totali, o realtà poco diverse.
Altro che vivere dove, come e con chi vogliamo come impone la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Le resistenze a far vivere le persone a casa propria sono insidiose, estese e tenaci, legate ad interessi economici.
La mancata assistenza è il motivo principale dell'isolamento delle persone disabili. Una segregazione che avviene non solo (o non cosi tanto) per limiti strutturali o barriere, ma per l’assenza di fondi per l'assistenza. Assenza di supporti, assenza di speranza per l'immediato futuro e inconscia convinzione che niente può cambiare.
Storie di bambini autistici picchiati (è successo a Bari non molto tempo fa, e chissà quante altre volte succede).
Storie di segregazione anche ben oltre le strutture: vicende dove ad essere prigione è la propria casa. Storie comuni di persone disabili e reclusione, di persone anziane che muoiono dopo 5 anni trascorsi senza uscire di casa. È successo a Pescara: 5 anni in cui un uomo ha continuato inutilmente a supplicare un ascensore.
È chiaro che, se ancora nella nostra epoca succedono cose simili, il concetto di vite indegne di essere vissute non è qualcosa che appartiene al passato.
Molte cose sono migliorate, dagli anni '30, ma non abbastanza, e le vite delle persone disabili sono sempre in bilico.
Oggi, poi, serpeggia in Italia un odio che dovremmo tutti riconoscere per quello che è, un odio che dovrebbe farci scattare più di un campanello d'allarme e che dovremmo combattere.
Malgrado l'ipocrisia di chi oggi è al governo e piange i morti della Shoah, si stanno ripetendo gli stessi meccanismi.
Fare memoria non è una sterile commemorazione, è essere sempre vigili contro ogni ingiustizia.

[Maria Chiara]

21 gennaio 2019

L'accessibilità è una cosa ovvia, e l'ho imparato alle elementari

L’accessibilità e l’inclusione me le hanno insegnate (anche) i miei maestri delle elementari.
La scuola elementare per me è stata una specie di isola comoda, un posto in cui non vedevo l'ora di andare, dove i maestri si ingegnavano a rendere inclusiva ogni attività, sicuramente facilitati dal fatto che era una realtà piccola, una scuola di quartiere molto "familiare".
Il maestro di inglese, francese e musica era un appassionato di ballo, e spesso ci insegnava balli di gruppo che prendeva estremamente sul serio a livello tecnico. Mi ricordo in particolare quello che chiamavamo il Ballo della scatola, in cui si mimava l'essere imprigionati in una scatola da cui ci si liberava, per poi - alla fine - ballare in modo scatenato. Era un ballo estremamente preciso e molti all'inizio sbagliavano. Il maestro, con molta semplicità, aveva adattato tutti i passi ai movimenti che potevo fare io con la carrozzina e alzando poco le braccia. Era tutto molto naturale, tanto che allora pensavo e sentivo di fare esattamente gli stessi movimenti degli altri, anche se a pensarci adesso sicuramente si trattava di mosse abbastanza diverse. Con poche indicazioni, il maestro era riuscito a farci sentire tutti parte di un unico grande corpo, come accade in ogni coreografia che si rispetti.
Una semplicità che cozza di fronte a svariati altri insegnanti che ho avuto negli anni successivi, estremamente timorosi appena si trattava di fare qualcosa di minimamente fisico.
C'era poi il mio maestro preferito, quello che avevamo per più ore perché ci faceva italiano, matematica, scienze e storia, che ha ovviato al problema dei pastelli per colorare.
Le tonnellate di schede e disegni che producevamo quotidianamente, infatti, non potevano certo restare in bianco e nero. Dovevamo coprire di colori ogni superficie disponibile, e dopo ogni dettato e poesia c'era la sua brava illustrazione o cornicetta. Colorarle tutte mi comportava una certa fatica: a volte li lasciavo a metà e li facevo colorare alla mia assistente, oppure ricorrevo all'espediente della "polverina" di mina fatta con il temperino per colorare spazi come cieli e prati. In particolare odiavo i pastelli gialli, che alla pressione leggera della mia mano risultavano quasi trasparenti. Un giorno il maestro è entrato in classe e, senza alcun preavviso, mi aveva comprato dei pastelli con la mina morbida, per cui avrei dovuto calzare meno. Un altro giorno mi ha portato tutta una collezione di matite con la mina morbida che ho adorato.
Mi ricordo che abbiamo provato insieme un paio di marche di pastelli per arrivare alle mine più morbide che si riuscivano a trovare.
Avere dei pastelli diversi mi divertiva, ma non furono mai concepiti come "favori speciali". Per me era la cosa più ovvia del mondo: siccome non riuscivo a calzare, mi sembrava normale avere delle matite particolari rispetto agli altri.
Non mi sono mai sentita trattata "con i guanti", in modo particolarmente speciale o sdolcinato da maestri e maestre delle elementari.
Il maestro delle matite, in particolare, era ruvido e ironico, era impulsivo e quando si arrabbiava incuteva un certo timore. Era un insegnante che non faceva sconti a nessuno, tanto che mi ricordo un episodio significativo per cui mi ricordo di aver provato un certo risentimento verso di lui.
Quel giorno aveva annunciato che saremmo andati nell'aula dei computer, un'attività che era ancora particolarmente affascinante nei primissimi anni duemila, perché oltre alla varietà delle attività rispetto alle solite lezioni c'era anche la novità del computer che molti a casa non avevano o non usavano. Era un vero e proprio lusso.
Ma per quella volta, disse il maestro, un mio compagno non ci sarebbe andato, perché doveva recuperare un testo da copiare in cui era rimasto indietro e che sarebbe servito per le lezioni successive. Quindi, se per lui andava bene, sarebbe rimasto in classe a finire il compito. Il mio amico era un ragazzino creativo e artistico ed estremamente lento a scrivere, sembrava che non avesse mai fretta. Lui iniziò quindi a tirare fuori il quaderno, rassegnato a restare in classe, mentre io mi preparavo per andare con gli altri nell'aula di computer, quando il maestro mi fece: "Chiara, tu rimani qui a dettargli, per favore, così fa prima, ok?"
Il mio "Sì" cercava di mascherare il mio disappunto, ma per la Chiara novenne era un bel colpo, lo sapevano tutti che aiutare quel bambino a scrivere era un po' snervante, e poi farlo al posto della meraviglia dell'aula computer mi sembrava una profonda ingiustizia.
Insomma, nessun trattamento di favore per me. Credo che pochi altri, tra gli insegnanti che ho avuto poi alle medie, per esempio, avrebbero scelto proprio la ragazza in carrozzina, che magari vedevano come "poverina", per restare in classe quando si trattava di fare attività divertenti nell'aula di informatica.
E invece restammo in classe io, il mio amico, la mia assistente e un testo infinito da copiare, mentre gli altri si godevano chissà quale meraviglia al computer.
Insomma, la mia scuola era una microsocietà che mi ha insegnato come dovrebbe funzionare una società giusta per le persone disabili: riservare a ognuno lo stesso trattamento, e ingegnarsi nelle strategie per rendere accessibili le cose a tutti.

[Maria Chiara]

14 gennaio 2019

"Giorgio ha risposto al tuo annuncio"

Grazie Giorgio, questo mi è ESTREMAMENTE utile

[Elena]

Descrizione immagine: schermata di un messaggio email in risposta all'annuncio "Assistente per ragazza in carrozzina":
Giorgio ha risposto al tuo annuncio
Ecco il suo messaggio:
"Ciao ho 35 anni
Moro e occhi scuri"

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