27 dicembre 2018

Sono una donna e sono disabile: sessismo vs abilismo

Sono una donna e sono disabile. Vengo discriminata per entrambe le cose, eppure la discriminazione per il fatto che sono disabile è più forte, e a volte oscura la discriminazione per il fatto che sono donna.
Disclaimer: non voglio fare la gerarchia delle oppressioni. Voglio dire soltanto che essendo una donna disabile vedo che sulla discriminazione legata all'essere donna prevale quella per l'essere disabile. Per capirci, mi sento molto più simile a un uomo disabile che a una donna abile in quanto a esperienza di oppressioni.
Non subisco il catcalling; ma le persone per strada mi fissano, gli sconosciuti a volte mi fermano, mi fanno carezze o mi dicono che pregheranno per me, e mi è anche capitato che mi scattassero delle foto.
Nessuno vuole decidere del mio apparato riproduttivo; qualcuno pensa che il mio apparato riproduttivo non esista.
La cultura non insegna che sono un oggetto sessuale; però insegna che sono qualcuno (qualcosa?) per cui avere pena.
La mia opinione non viene considerata né dai pro-choice né dai pro-life; la mia vita viene solo usata in vari modi in argomentazioni eugenetiche, per dire che la vita di una persona disabile non ha valore, o per dire che avere un figlio disabile richiede un amore extra e ti rende bravo.
Secondo le statistiche le donne disabili subiscono più violenza domestica, violenza psicologica e abusi sessuali rispetto alle donne non disabili.
Se una donna viene ammazzata dal suo ex, l'assassino verrà scusato dicendo che la rottura del rapporto ha causato un raptus di gelosia oppure l'opinione pubblica parlerà apertamente di femminicidio?
E se la persona uccisa è disabile e l'assassino è il suo caregiver? Tra quanto si inizierà a parlare di crimine d'odio legato alla disabilità, senza giustificare l'assassino sulla base di un presunto "troppo amore per lasciarla vivere" e di un presunto "fardello troppo pesante"?
Posso trovare gli strumenti per scappare da una relazione abusiva; ma il centro antiviolenza avrà le scale? E se la persona da cui subisco abusi è la sola persona che mi assiste?
Il fatto è che, in pratica, le persone disabili si "meritano" la violenza solo per il fatto di esistere nei loro corpi: non c'è neanche bisogno della scusa che l'hanno "provocata" con un certo comportamento definito sbagliato, scusa che si usa per giustificare i femminicidi.
La "violenza ostetrica" subita dalle donne è solo la punta dell'iceberg di un sistema ospedaliero abilista, legato al risparmio del tempo e al profitto. L'abuso di potere di molti medici è un fenomeno ricorrente, che non si limita certo al momento del parto.
Le donne sono meno prese sul serio, e questo porta a una peggiore assistenza medica: il dolore cronico delle donne, ad esempio, viene più spesso minimizzato rispetto a quello degli uomini. Tutto questo viene esacerbato se il paziente è disabile. Le persone disabili, inoltre, vedono il personale medico rivolgersi di routine al loro accompagnatore non disabile, valutando zero l'opinione del diretto interessato.
Le donne ribelli non vengono più rinchiuse in manicomio (come durante il fascismo) con il pretesto della pazzia; le case di cura per le persone disabili esistono e proliferano.
Grazie ad altre donne ho conquistato il diritto di voto; ma la mancanza di fondi per l'assistenza vuol dire che il fatto che io mi alzi la mattina è considerato privo di qualsiasi valore.
In quanto donna, ho conquistato faticosamente di fare quasi quel cavolo che mi pare della mia vita: posso studiare quello che voglio senza troppi problemi; ma in quanto disabile, la piena partecipazione allo spazio pubblico mi è preclusa e non posso entrare nella maggior parte dei negozi e dei locali perché ci sono gli scalini.
Troverò ostacoli alla mia carriera dovuti al sessismo? Ma soprattutto, dovrei citare sul curriculum i lavori legati all'attivismo per la disabilità, o rendendo di fatto noto che sono disabile mi scarteranno a priori? E l'ascensore nel luogo del colloquio ci sarà?
Non mi chiedo se incontrerò qualche persona nuova sessista oggi. Mi chiedo se oggi troverò estranei senza pregiudizi legati al fatto che sono disabile.
"Tro*a" e "pu**ana" sono insulti comuni. Ma "handicappato" e "Down" sono usati con molta più leggerezza e in contesti familiari, in modo quasi bonario.
Con le spese extra legate alla disabilità in un mondo non accessibile potrei scriverci un libro intero. Altro che la tampon tax!
Le scuole separate di maschi e femmine sono considerate strane e antiquate; perché le scuole speciali per studenti disabili vengono normalizzate?
Nei media la rappresentazione delle donne è spesso stereotipata, ci sono pochi personaggi role model e a tutto tondo, e le donne parlano molto meno delle loro controparti maschili; i personaggi disabili li vai a cercare col lanternino, e anche allora troverai personaggi che esistono solo in funzione della trama, di solito gente che alla fine della storia muore, passiva e scontenta oppure il cui ruolo è quello di ispirare con il loro presunto coraggio le persone non disabili a "non arrendersi".
Parecchi ormai sanno cos'è il sessismo, pochi sanno cos'è l'abilismo.
[Elena]

22 dicembre 2018

Persone disabili e persone trans: discriminazioni comuni

Persone disabili e persone trans vivono percorsi diversi e discriminazioni diverse, eppure per certi aspetti le loro esperienze sono davvero simili. Ne ho raccolte alcune.

LA DIFFICOLTÀ NEL TROVARE LAVORO
Una buona cartina tornasole del grado di inclusione di una minoranza è la facilità o meno nel trovare lavoro. Il problema dell'occupazione è enorme sia per le persone trans che per le persone disabili. Nessun'altra minoranza sperimenta un così alto numero di datori di lavoro che trovano scuse per non assumerli anche quando sono molto qualificati. Data la mancanza di altre opportunità, il sex work è una soluzione su cui ancora molti devono fare affidamento.

GLI SGUARDI
Il grado di civiltà di una società si può rilevare anche dalla quantità e dalla qualità degli sguardi che riceve una persona con un corpo visibilmente disabile o visibilmente trans a passeggio per strada: tra una strada di Londra e una strada di Roma la differenza è tangibile. Chiunque non sia conforme ad un modello “standard”, sperimenta commenti molesti da parte di persone più o meno estranee che rendono necessario sviluppare una vera e propria strategia per affrontare situazioni spesso assurde.

UNA RAPPRESENTAZIONE SCORRETTA
È il problema principale per le persone disabili e quelle trans, perché la rappresentazione è al contempo sintomo e causa di una certa cultura: la narrazione mainstream su queste due categorie di persone è composta di informazioni errate, semplicemente non vere oppure distorte.
Si tratta di temi di cui si parla poco e spesso a sproposito, senza reali competenze: la narrazione è tuttora dominata da voci non disabili e non trans. È ancora considerato normale organizzare conferenze sulla disabilità o sulle questioni transgender dove a parlare sono solo “esperti” cisgender o non disabili. Allo stesso modo i diretti interessati non sono coinvolti nella creazione di film o altri prodotti artistici, mentre ad esempio la rappresentazione dell’omosessualità nel cinema è un po’ più aggiornata.
Così, i media continuano a diffondere stereotipi, alcuni dei quali vengono promulgati sia verso chi è disabile che verso chi è trans: l’idea di una vita tragica, l'idea di essere persone nate nel corpo sbagliato e quindi imprigionate nel proprio corpo. Entrambe le categorie vengono trattate con paternalismo, infantilizzate come vittime, normate.
Sono persone spesso rappresentate come "altro", e non persone come tutti che lavorano, studiano, partecipano, amano.

IGNORANZA NEGLI AMBIENTI "PROGRESSISTI"
Il discorso mainstream purtroppo non è l'unico a non essere inclusivo, perché a volte i due gruppi incontrano difficoltà a trovare spazio anche in ambienti che mainstream non sono, come il femminismo o gli stessi circoli di giustizia sociale.
Anche qui varie persone disabili o trans sperimentano talvolta l'esclusione, e spesso si rendono conto che non è sufficiente un certo tipo di femminismo, cioè quello che non è intersezionale e che non è la battaglia di tutti verso una società più equa e inclusiva.
Anche negli ambienti “progressisti”, quando si parla di discriminazioni sociali verso i vari gruppi, spesso quella nei confronti della disabilità non viene nemmeno menzionata. Un altro caso eloquente è quello delle persone femministe che escludono le persone trans (TERF).
Non è raro trovare persone vicine al femminismo o alla sinistra progressista attente ai diritti e battagliere, che però scivolano nell'abilismo e nella transfobia, semplicemente per ignoranza e scarso senso critico.

UNA PRESUNTA SESSUALITÀ DEVIANTE
Un altro concetto purtroppo ancora diffuso che accomuna persone disabili e persone trans è quella di una sessualità deviante (come se poi ci fosse una norma nella sessualità). Spesso, nelle rappresentazioni dominanti, ad un corpo "anomalo", come può essere visto un corpo disabile o un corpo trans, corrisponde una sessualità esasperata, oppure assente, ma comunque strana e profondamente "diversa", e trattata con curiosità morbosa.

FOCUS SULLO SGUARDO DEI GENITORI
Ai media piace mettere in evidenza, in modo paternalistico, il dolore che queste persone avrebbero provocato alla famiglia, infilandosi nel privato ed esponendo con morbosità i dettagli medici. Si parla spesso del dolore causato ai genitori, delle loro aspettative tradite, di "lutti" simbolici da elaborare, e meno spesso delle battaglie dei figli - i diretti interessati - in un mondo non inclusivo. Permangono tutt'ora in certi casi le narrazioni di persone disabili e trans come vergogna e peso per la famiglia.

***

Non voglio fare una piramide degli oppressi, per carità, non è una raccolta punti e non si vince nessun premio. Però volevo riflettere su quanto i corpi non conformi (e per corpo intendo qui corpo e mente) ancora disturbano nella nostra società.
Più ci si avvicina a un "modello standard" di corpo, più si viene accettati dalla collettività.
Il vero problema non sono le persone non conformi, anche se spesso ci viene detto questo. Non esistono dei corpi "giusti"; esiste invece una società che sceglie (o meno) di informarsi, capire e accogliere.

[Maria Chiara]

17 dicembre 2018

"Non sono ammessi i bebé!"

Ho ventitré anni ma, per quanto può sembrare assurdo, mi è capitato più di una volta di essere scambiata per un bebé. Uso una carrozzina su cui sto distesa, e questo sembra essere un motivo sufficiente per darmi meno di tre anni.
La volta più eclatante è stata una sera che c'era una festa dell'università, a Londra. La festa si teneva in una sede in cui io avevo pochissime lezioni e che quindi non frequentavo quasi mai.
Era quasi Natale, quindi avevo il mio cappottone bianco che mi è valso il soprannome di "meringa", con annessa sciarpa anti-vento-di-Londra.
Entro nella minuscola hall della sede distaccata: la mia carrozzina elettrica, specifico, più che a un passeggino assomiglia a un piccolo "tavolo" con le ruote.
Mi fermo un attimo per togliere il cappotto perché, se fuori è freddissimo, dentro c'è il riscaldamento a palla (come in ogni ambiente chiuso d'inverno in Inghilterra, da quello che ho visto).
Al che, con mezzo braccio sfilato dal cappotto, sento la portinaia che inizia a urlare:
"Noo babies, no babies allowed, NO BABIES!!!" Non sono ammessi i bebé.
La mia assistente si blocca, allarmata. Lei non parla benissimo inglese, la portinaia ha un accento poco usuale e, onestamente, sta strillando cose fuori contesto, che uno generalmente non si aspetterebbe. Io avevo già vissuto cose simili e quindi non ero così esterrefatta.
A causa del poco spazio, sto dando le spalle alla portinaia, che quindi non vede la mia faccia ventenne. E non riesco né a girarmi né ad andare avanti, perché è la portinaia che deve aprire il cancelletto.
"I'm a student", dico in tono sostenuto. Ma lei sta urlando come se ne andasse della sua vita, e non mi sente: "NO UNDERAGE, NO UNDERAGE!"
Presa da un attacco di riso, chiarisco alla mia assistente la situazione: lei allora prova a dire alla portinaia a voce più alta che sono una studentessa, ma ancora le due non si capiscono.
Allora per il momento ci rinuncio e dico alla mia assistente di finire di togliermi il cappotto, che in tutto questo tempo è rimasto sfilato a metà, mentre sullo sfondo la portinaia continua a sbraitare la sua cantilena.
Entra una mia compagna di corso, anche lei sta andando alla festa.
Mi saluta, e si trova davanti me che sto ridendo istericamente mentre tolgo il cappotto e la portinaia che sta urlando che sono ammessi solo maggiorenni.
Sgrana gli occhi, probabilmente non crede che quello che vede stia succedendo veramente. E in effetti, per le persone non disabili questa è spesso una situazione fuori dal mondo.
"She's not a baby, she's a student!" dice indignata.
La portinaia si placa improvvisamente, come se fosse stato schiacciato un bottone. Apre il cancello e io vado avanti, arrivando in uno spazio più largo. Mi giro verso di lei.
"Sorrysorrysorry non ti avevo vista!!", si affanna a dirmi.
"Ok, in che sala è la festa di fine term?" chiedo laconica.

[Elena]

5 dicembre 2018

"Le persone disabili NON sono come noi": il video di Fanpage per il 3 dicembre

"Le persone disabili NON sono come noi.
Perché sanno adattarsi alle circostanze.
Perché non conta se gli altri dicono che è impossibile, loro tentano e alla fine ci riescono.
Perché non esistono diversità e la loro bellezza annienta tutti gli stereotipi.
Perché non importa se è lunedì e fuori piove, ogni giorno è quello giusto per ridere.
Perché si entusiasmano senza imbarazzo, e la loro passione ci sa ispirare.
Perché non si prendono troppo sul serio.
Perché guardano i problemi da un'altra prospettiva, e i loro limiti non sono ostacoli, ma opportunità per stupire il mondo.
Loro non sono come noi, perché sono speciali.
Condividi la loro lezione di vita."
È il testo di un video pubblicato da Fanpage il 3 dicembre, giornata internazionale delle persone con disabilità. Queste parole sono accompagnate da una serie di brevi scene di persone disabili che "fanno cose" (non saprei definirlo diversamente), e il messaggio del video è molto problematico.

"NOI" VS "LORO"
Innanzitutto perché si parla senza vergogna di un noi e di un loro. "Noi" persone non disabili, "loro" persone disabili, ovvio. Vedere il video da persona disabile è estremamente alienante, perché è chiaro che il target a cui si rivolge è esclusivamente non disabile. Avviene questa cosa offensiva ed ingenua al tempo stesso per cui le persone disabili non sono proprio contemplate come potenziale pubblico, come se fosse possibile che nessuna persona disabile segua Fanpage.
Insomma, un'operazione di marketing e targetizzazione completamente toppata e fuori dalla realtà.
Eppure anche noi persone disabili abbiamo una connessione internet. Che scoop, eh?
Davvero, non riesco a pensare a contenuti che possano parlare di altre minoranze con una retorica "noi vs loro" così sfacciata e impunita, se non, ahimè, nei social del ministro dell'interno.

"INSPIRATION PORN"
Il secondo problema è che si parla di persone disabili in una chiave che conosco molto bene e che mi provoca un disagio strisciante, ovvero le persone disabili come esempi di vita.
Il ragionamento innescato dovrebbe essere questo: vedo una persona disabile che affronta dei problemi, mi commuovo un po', e penso che se c'è gente che affronta problemi così gravi (!) posso farcela anche io ad affrontare i miei problemi di tutti i giorni.
Nei Disability Studies si parla di Inspiration porn, è un termine che ha coniato Stella Young e consiste nell'utilizzare immagini o video o storie di persone disabili che affrontano le difficoltà come spinta e motivazione personale.
E no, non è accettabile diffondere storie o sketch decontestualizzati di persone disabili che fanno esattamente le cose che fanno tutti, ma con delle variabili, ed emozionarsi e pensare, sostanzialmente "poverini, che coraggio!".
Così come non è accettabile ragionare per categorie e affibiare loro l'etichetta di "speciali".

VIVERE LA VITA APPIENO
Poi, ci sono una serie di riferimenti che lasciano pensare che chi è disabile viva la vita appieno, senza paranoie, senza sovrastrutture, un po' come i bambini, mentre tutti gli altri vivono male, preoccupandosi di futilità.
Conosco persone disabili a cui effettivamente la disabilità ha dato una certa saggezza, è innegabile che certi ostacoli, certe discriminazioni ti forniscono un punto di osservazione privilegiato sulla realtà e ti possono affinare certe qualità. Ma questo non si limita alla disabilità: le esperienze che ci insegnano cose nella vita sono innumerevoli! E soprattutto, non è così per tutti! Conosco innumerevoli persone non disabili che vivono la vita appieno, pieni di passione, che se ne fregano delle apparenze, "ridono di lunedì" e non si prendono troppo sul serio. Allora, che dobbiamo fare? Crolla tutto questo ragionamento? Sì, ed è bene che crolli, perché si basa sul niente.
Ragionare per categorie, in blocco, è sempre un'operazione pericolosa.

LA CHIAVE SOCIALE
Infine, in questo video accade qualcos'altro che ci dovrebbe far indignare. C'è un vuoto, un'omissione, qualcosa di importantissimo che manca.
Ebbene sì, manca qualunque riferimento ai fattori sociali che sono legati a doppio filo al concetto stesso di disabilità.
È completamente cancellato ogni tipo di riferimento alle barriere, alle discriminazioni, alla mancanza di inclusione, che sono proprio quegli ostacoli che rendono l'esistenza difficile a quelle stesse persone sulle cui vite il pubblico è esortato a piangere di commozione e sospirare.
Non si può parlare così di disabilità nel 2018. Credo che negli anni '30, con un po' di sforzo, avrebbero potuto fare leggermente meglio. Ma adesso che ci penso, ultimamente sento varie cose che ci riportano agli anni '30.
Consiglio a Fanpage di assumersi una persona disabile per migliorare la comunicazione sul tema.
Io non esisto per dare lezioni di vita agli altri, non esisto per ispirare le persone.

[Maria Chiara]
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