17 settembre 2018

Disabilità e figlicidio: riflessioni sui fatti in provincia di Cagliari

Non voglio scrivere cose inutili sulla donna che il 6 settembre ha ucciso i suoi figli disabili in provincia di Cagliari. Al contempo ogni volta che leggo un articolo sulla vicenda mi viene il mal di stomaco, non solo per la vicenda in sé ma anche per il modo in cui se ne parla. E poi è difficile, perché essendo disabile mi identifico con la parte uccisa. La parte immobile sul letto che vede arrivare la propria madre con un fucile da caccia.
Ma volevo parlare del fatto che nella cronaca non si parla a sufficienza delle vittime, dei figli. Sappiamo a malapena i loro nomi, raramente compare anche il cognome. Non si sa che cosa facessero nella vita: ma certo, i disabili fanno i disabili. Non hanno vita, relazioni, scopi, obiettivi, lavoro: vivono solo in quanto "peso" per i loro caregiver. O almeno traspare questo da degli articoli di giornale in cui veniamo a sapere che Angela Manca, di anni sessantaquattro, madre amorevole, dedita e eroica, ha ucciso tragicamente i suoi figli che amava tanto.
Sono abbastanza ignorante sul burn out e sulle sue conseguenze. Non dubito che la madre avesse un carico di lavoro extra: ho letto varie cose sul fatto che i due uomini avessero un po' di assistenza da parte dei servizi, ma so che sicuramente non era tutta quella necessaria. Non dubito che la madre fosse preoccupata per il futuro dei suoi figli. Ma tutto questo giustifica il fatto che tutto ciò su cui la cronaca si concentra siano la disperazione e la fatica della donna?
Quelle che conosco bene, comunque, sono alcune dinamiche sociali. Gli omicidi da parte dei cosiddetti caregiver delle persone disabili sono tutto sommato piuttosto frequenti, ma fanno poco scalpore: chi uccide viene costantemente giustificato e sconta pene minori, sostanzialmente perché, si sa, la vita delle persone disabili vale di meno. Succede anche in altri paesi dove i servizi ci sono, dove non c'è la "giustificazione" del troppo carico di lavoro.
I caregiver sono una categoria molto influenzata dall'abilismo della società. Subiscono tutte le discriminazioni finché il figlio è piccolo, spesso anche dopo. Si vedono martellare che i loro figli valgono meno degli altri. Vedono che ai loro figli non vengono date le stesse opportunità. Vivono l'odio rivolto ai propri figli, magari vorrebbero schermarlo, ma non sempre ce la fanno. È sicuramente una cosa che corrode e influenza.
Vorrei sapere se un ipotetico omicidio dei figli piccoli non disabili di un padre povero che si spacca la schiena per portare il cibo in tavola e che a un certo punto gli spara passerebbe lo stesso sulla cronaca senza troppa empatia verso i figli uccisi.
Non ho letto nulla che empatizzi con l'oppressione dei figli costretti a dipendere dalla madre a quarant'anni. Non so neanche che faccia hanno. I due uomini sono descritti esclusivamente nei loro bisogni assistenziali, come se si desse per scontato che non facessero niente nella vita. Sono disumanizzati.
Se c'è un articolo che parla di loro - al di là di espressioni come "grave disabilità" -, per favore mandatemelo, perché io non l'ho trovato.
Dal giornalismo spicciolo su questa vicenda sembra quasi che la vittima - quella veramente da compatire - sia solo la madre. Ed una vittima lo è. Lo è perché è stata costretta ad assistere i figli per molto tempo a causa di uno Stato abbastanza assente. Ma questo non giustifica il fatto che abbia deciso della vita di altri due individui. Onestamente non vedo paura del futuro o fatica nella cura dei figli che renda preferibile la loro morte.
Mi pare di leggere gli articoli di cronaca stucchevoli e fuorvianti sul femminicidio: c'è un'inquietante somiglianza.
Così la mamma era "eroica", la famiglia "buona", i figli "angeli" (insomma, già più di là che di qua anche da vivi). E la madre "quanto ha patito...!".
Sì, e quanto hanno patito Paolo e Claudio Calledda a dipendere dalla propria madre fino a quarant'anni, a venire quasi uccisi nel 2015 con un'overdose di farmaci, e venire finiti da un colpo di fucile senza poter fuggire.
[Elena]

5 settembre 2018

Stranezze tipiche dei candidati assistenti

Metto a cadenza regolare degli annunci su internet per trovare i miei assistenti personali. Le risposte che ricevo sono super varie e ce ne sono alcune che hanno l'effetto di trasformarmi in Ade di Hercules, con tanto di scintille che mi escono dal cranio.
I miei annunci sono molto chiari. Nell'annuncio chiedo già un cv e una lettera di presentazione. Poi mando una spiegazione più approfondita del lavoro a cui segue un questionario con alcune domande specifiche.
Ecco la mia top list delle cose che odio:
1) quelli che si presentano con "Brava, referenziata, italiana". Ora, passino le prime due, che ci posso pure credere. Anche se, oddio, dirsi "brava" da sola... Vabbè. Ma non me ne frega una cippa che sei italiana. Se pensi di poterlo elencare tra le caratteristiche positive ti sbagli. La nazionalità è una caratteristica neutra. A meno che tu non sia francese. Se sei francese ti assumerò saltando tutte le tappe per poterti sfruttare e fare pratica (scherzo ovviamente. O forse no).
2) quelli che dicono soltanto: "sono disponibile, chiamami", oppure "mi va bene chiamami", "potrei fare questo lavoro, chiamami". Allora carino, non ci siamo capiti. Tu devi essere SCELTO. Devi superare le prove di Harry Potter e la Pietra Filosofale. Non è un lavoro che "ti deve andare bene": tu devi andare bene a me, in primo luogo. In una ditta di elettrauto scriveresti a quello delle risorse umane solo "Sono disponibile a fare questo lavoro, chiamami"??
3) quelli che, alla mia richiesta di un certo materiale scritto, mi scrivono in tono paternalistico e arrogante: "Elena, credo sia meglio parlare e guardarsi negli occhi per capire se c'è empatia, piuttosto che una sterile e fredda presentazione scritta. Quando ti posso venire a trovare per prendere un caffè?".
Allora Elena, respira profondamente e conta fino a dieci.
Io ho tante candidature, ti pare che incontro proprio te? E ti pare che se la tua candidatura va bene non ti farò un colloquio prima di assumerti? Prima di farti entrare in casa mia?
Vuoi bruciare le tappe? Mi dispiace, ti sei bruciato il lavoro.
4) quelli che dicono cose strane sulla disabilità, tipo "Mi piace aiutare le persone che soffrono", oppure "grazie a Dio io sono sana", oppure "la disabilità purtroppo è una sfortuna ma con qualcuno vicino si può vivere quasi come tutti gli altri", oppure "faccio questo lavoro perché far sorridere i disabili mi dà gioia".
Potrei continuare all'infinito. Di solito questa fauna finisce nel cestino.
5) quelli che dicono "mi piacerebbe assistere sua figlia". Tiè! Non ho figli.
Aaah, ho capito, dai per scontato che l'annuncio per me l'abbia messo mia madre.
Che. Disagio.
6) quelli che dicono "Sono un infermiere, quindi so già fare questo lavoro", e anche "il lavoro di infermiere è la mia unica ragione di vita, non vorrei fare altro". Ehm, non so se hai letto il titolo dell'annuncio: "Assistente personale". E poi, nell'annuncio: "non è necessario aver avuto esperienze simili".
Mi è capitato di assumere persone che erano laureate in infermieristica. Purtroppo, spesso avevano un approccio medicalizzante e faticavano più delle altre a rendere conto a me.
Puoi essere un'infermiera e diventare mia assistente, ma non pensando di fare l'infermiera.
In ogni caso, preferisco di gran lunga un background da cuoca, parrucchiera o autista.
7) quelli che saltano le domande del questionario.
Ahahah, ma vi pare che non me ne accorgo? Se il resto del questionario va bene e vi do un colloquio, le domande che avete saltato vi verranno fatte di persona.
8) quelli (in realtà mi è capitato una volta sola) che si lamentano che mando le email visibilmente in serie. Siccome qualcuno mi manda il curriculum e non la presentazione oppure la presentazione ma non il curriculum, nell'email successiva - in cui spiego il lavoro - scrivo sempre questa frase: "ho bisogno di un curriculum e di una presentazione. Se non me li hai già mandati per favore mandameli altrimenti non posso considerare la tua candidatura." Una ragazza - che aveva fatto una presentazione molto dettagliata e aveva già mandato il curriculum - mi ha fatto una filippica altrettanto dettagliata, dicendo che era ferita dall'impersonalità della mia email. Chissà se dice così a tutte le ditte in cui cerca lavoro!
9) Chi si candida pur non avendo la patente, che è elencata nei requisiti essenziali insieme al buon senso dell'orientamento. Niente da commentare.
10) chi mi scrive solo: "è ancora disponibile il posto di lavoro?". Dai, fallo lo sforzo di mandare il curriculum e qualche riga su di te. Lo dico per te eh, avrai più chances.
Una volta rispondevo a molte castronerie, adesso non ci perdo più il tempo perché ho capito che - come si suol dire - se non c'è non frigge, e mi dedico invece ad attività più edificanti, tipo aprire cinquanta schede di Wikipedia sul cinema, cercare le proprietà del topinambur o sghignazzare davanti alle vignette di The Awkward Yeti.
Ora vado a rispondere alle candidature, Peace & Love!
[Elena]

[Gif di Ade arrabbiato, dal film "Hercules" della Disney]

1 settembre 2018

Sono peggio le barriere architettoniche o quelle "mentali"?

Sono peggio le barriere architettoniche o quelle "mentali" (intese come pregiudizi e commenti inopportuni)?
È peggio dover passare con la carrozzina in mezzo alla strada perché il marciapiede ha un gradino alto o sentire il cameriere che non ti rivolge la parola e prende le ordinazioni ignorandoti (salvo poi stupirsi quando parli)?
È peggio non trovare bagni accessibili nei locali o sentirsi dire da sconosciuti "che grinta che hai" mentre tu ti stai facendo beatamente i cavoli tuoi?
Se si avesse a disposizione un solo colpo di bacchetta magica, sarebbe meglio scegliere di aggiungere rampe alle entrate dei negozi o di eliminare gli sguardi stupiti o compassionevoli delle persone e i loro "poverino/a/i/e"? Io non ho dubbi, sceglierei la prima.
Domande un po' oziose, lo so, dato che le barriere architettoniche e mentali sono strettamente interconnesse, sono una la causa dell'altra. Le barriere architettoniche, da una parte, fanno sì che ci siano poche persone disabili in giro, e questa ridotta "esposizione" è causa del proliferare di pregiudizi. Dall'altra parte, quelle che qualcuno chiama "barriere mentali" non sono altro che una faccia dell'abilismo, abilismo che è poi la causa delle barriere architettoniche e del mancato impegno per abbatterle.
A proposito, nominiamolo più spesso questo abilismo. È importante avere parole precise per descrivere la realtà, e "discriminazione" non rende abbastanza.
Domande oziose, probabilmente, ma tutto questo per dire che le barriere architettoniche sono quelle che hanno un impatto più diretto ed immediato sulla mia vita: è molto più probabile che sia una barriera architettonica a rovinarmi la giornata rispetto a una "barriera mentale" (nel senso di un comportamento dovuto all'ignoranza).
Fatemi entrare dove entrano tutti, ché di quello che passa nella testa della gente quando mi vede sulla carrozzina me ne frega meno di zero.
[Maria Chiara]
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