20 agosto 2018

In quanto disabile, litigo prima dei concerti

Qualche tempo fa sono andata a un concerto.
Sì, lo so che c'è anche un post di Chiara che inizia più o meno uguale, ma che ci devo fare se gli episodi di discriminazione capitano di frequente (cioè praticamente sempre) ai concerti?
Perché sì, è successo un episodio di discriminazione. Yeppaa!
Era cominciato tutto bene. Avevo contattato il luogo dell'evento su Facebook giorni prima mandando un messaggio vagamente minatorio, sapendo che l'organizzazione dei concerti fa generalmente schifo:
"Per le persone in carrozzina avete dei palchetti rialzati a lato segreganti o è possibile stare davanti?
A volte succede in alcuni concerti che ci siano posti 'dedicati' da cui in realtà non si vede nulla"
Loro mi avevano risposto: "Non abbiamo posti riservati, ma faremo in modo di lasciare un'area vicino al palco dove le carrozzine avranno la precedenza"
Questo aveva placato il mio ingenuo cuoricino, e avevo ringraziato pensando: cavoli, è stato semplice stavolta!
Il giorno del concerto esco dalla macchina mentre Chiara finisce di prepararsi dentro, i biglietti stretti nel pugnetto chiuso e felice come un bambino a cui abbiano promesso un lecca lecca gigante.
Sto scherzando. In realtà ero comunque tesa come una biscia e nell'attesa piroettavo nervosamente su me stessa con la mia potente carrozzina a motore.
Perché sono nervosa ai concerti? Perché le persone disabili, ai concerti, sono spesso relegate in posti del cazzo da cui non si vede un cazzo. Io quindi quasi tutte le volte che ci vado litigo con quelli della sicurezza. LITIGO, nel senso che devo convincerli a non mettermi in un posto specifico e segregato, ma nel posto che ho pagato. Mi piace molto andare ai concerti, e spendo volentieri di più per stare davanti. Poi però il diritto di stare davanti me lo devo guadagnare sfoderando la mia ars oratoria. Di base, il litigio consiste nel rimanere fermi nella propria posizione adeguando il dialogo a chi hai davanti, a seconda che sia solo un povero tizio che ubbidisce agli ordini o uno stronzo a cui non frega niente di come vedrai lo spettacolo.
Stavolta ero comunque più rilassata del solito, convinta di aver già espugnato dei buoni posti con poca fatica.
Vi lascio un secondo per immaginare la risata malefica che a questo punto si sentirebbe in un film dell'orrore.
Mi avvicino al luogo dell'evento e un poliziotto mi placca. Mi fa un salutone calorosone, e poi si rivolge a mio padre, che mi accompagna, perché la legge del Vaffanculo dice che in presenza di due persone di cui una disabile e una no, è sempre bene rivolgersi a quella non disabile. Si rivolge a mio padre, dicevo, chiede se siamo lì per il concerto e dice che ci sono dei "posti per i dis...ehm, cioè, le persone con cioè difficoltà motoria coff coff". Mio padre lo rimbalza a me e io - gelata dalle parole "posti riservati PO STI RI SER VA TI", che di solito vogliono dire una sola cosa, e cioè: incazzatura, litigi & smadonnamenti - sfodero il cellulare con il messaggio che ho citato sopra. Dico che mi sono informata prima apposta perché non volevo stare in dei posti riservati, che di solito sono laterali e lontani dal palco.
Il poliziotto guarda il mio cellulare stupito, con uno sguardo da “Ah, ma parla pure?!”
Poi mi dice che i posti riservati sono più sicuri, e io ribatto che siccome sono bassa non vedrei da dei posti collocati dietro alla gente in piedi.
Lui si consulta con altri e poi mi chiede come "favore personale" di provare a vedere come mi trovo in questi posti riservati. Era molto paternalistico e io all'inizio ho fatto la parte di quella fintamente accomodante, perché in generale ho visto che se da subito ti mostri intransigente alcune persone che hanno un briciolo di autorità su qualcosa sentono che il loro "potere" viene messo in discussione e diventano ancora più stronze.
Tre o quattro persone, tra cui il poliziotto, mi scortano verso i posti laterali. Lo vedo già, fanno cagare, sono circondati da un recinto di transenne tipo pollaio. A quel punto faccio finta di non capire, non vado dove mi fanno cenno loro ma dove c'è tutta la gente in attesa. Lo ammetto, questa parte è stata divertente: ma una si dovrà pure divertire un po', in queste situazioni, o no?
Quando mi richiamano dicendo di andare dentro la balaustra, faccio la finta tonta, e poi una faccia schifata:
- Ah, lì??! ma ci sono le transenne più alte di me, da lì non vedrei!
Alcuni addetti alla sicurezza colgono l'evidenza della cosa e annuiscono dubbiosi. Ma il poliziotto ignora la mia affermazione e mi invita a "provare". In tutto questo, la folla si è accorta della situazione e ci guarda, tentando di capire e intervenire.
Per fortuna siamo arrivati in anticipo, quindi c'è tutto il tempo di litigare. L'ho fatto così tante volte che ormai seguo quasi un copione: l'unica variabile, che purtroppo è la più importante, è l'atteggiamento di chi ha il potere decisionale. Il tutto è quasi divertente, se non fosse per quell'ansia di perdere il braccio di ferro e non vedere un cappero fritto dello spettacolo.
Il poliziotto mi tratta con condiscendenza, e mi invita a spostarmi di qua e di là per provare varie posizioni (sempre dentro il recinto per polli ovviamente). Io lo assecondo, dicendo che comunque non vedo. Lui ha la faccia tosta di mettersi dietro di me al mio livello per vedere se davvero non vedo. A un certo punto mi stufo di spostarmi di qua e di là, e gli dico che ho già provato tutte le posizioni e non ci vedo. Lui prova a spostare la mia carrozzina e io sorrido come il Joker perché la mia carrozzina pesa 141 chili.
Allora tenta ancora di rivolgersi a mio padre, perché questa bimbetta irragionevole e su questa strana carrozzina a motore gli ha un po' rotto i coglioni. Ma mio padre fa la poker face e non risponde, in modo che lui debba continuare a parlare solo con me.
Le sue argomentazioni sono che stare davanti non è sicuro, che il piano di sicurezza non lo prevede, che potrebbero cadere pezzi di istallazioni, tipo le casse (!), che davanti la musica è alta e che le persone mi possono venire addosso.
Mio padre tra l'altro lo sente dire in tono secco a un altro: "no, io davanti non ce la faccio stare".
Le mie argomentazioni sono:
- Le persone disabili in carrozzina sono basse, quindi è logico e giusto che stiano davanti, ed è evidente che il settore "riservato" è stato predisposto senza cognizione di causa, perché non è un posto da dove si riesce a vedere.
- Le persone non disabili non sono obbligate a stare in un posto specifico, perché quelle disabili sì?
- Io mi sono informata prima sui posti proprio perché se avessi saputo che i posti erano questi non avrei comprato i biglietti. Voglio la stessa qualità di servizio delle persone non disabili, dato che ho speso i soldi.
- Una presunta sicurezza basata su premesse che non stanno in piedi non può inficiare la qualità del servizio per gli spettatori disabili.
- Incontro spesso questi problemi ai concerti in cui mi viene detto di stare in posti laterali. Poi però gli addetti si rendono conto che non sono posti da cui si vede e mi mettono davanti.
- L'argomento che le persone mi possono venire addosso non esiste, anche perché la carrozzina elettrica non si muove, ma anche se l'avessi avuta manuale comunque la responsabilità per se stessi è individuale.
In tutto questo, Chiara arriva e viene accolta dal poliziotto con un bel: "tua sorella non si vuole convincere!!".
La discussione dura mezz'ora abbondante. Insomma, a un certo punto ho la gola secca e ho convinto tutti ma non il poliziotto, che guarda caso è il responsabile generale, mannaggia.
Il poliziotto se ne va un attimo, e un'organizzatrice dell'evento mi dice che se fosse solo per lei si prenderebbe "la responsabilità", e che riproverà a convincere il poliziotto visto che tutto dipende da lui.
Infatti dopo un po' tornano e il poliziotto è diventato tutto caramelloso. Con loro c'è un altro uomo che credo sia un assessore, o insomma è un capo più capo. Il poliziotto mi dice che la responsabilità passa a quest'altro: quindi parlo brevemente con questo qua nuovo, a cui sembra non importare un cavolo di dove mi metto. Mi ascolta solo, e poi propone di spostare la transenna e farmi passare avanti. Dopo un minuto sono proprio all'estremità della prima fila dei posti normali, e la transenna è dietro di me. Una soluzione facilissima e logica che "non era prevista". Mi scolo mezza bottiglia d'acqua per ripristinare i liquidi corporei e mi accingo ad ascoltare i vocalizzi di LP.
Questa era la storia di un "ordinario" concerto, che mostra come le persone disabili spesso non abbiano ancora i diritti di base, tipo vedere uno spettacolo.
Nota: alcuni dettagli sull'identità delle persone coinvolte sono stati cambiati.
Nota 2: altre persone in carrozzina sono rimaste indietro, quindi è stata solo una vittoria parziale e mi fa schifo.
Nota 3: Scusate le parolacce ma quella sera ne ho pensate anche di più.
[Elena]

16 agosto 2018

Ti stimo

-Ti stimo.
-Ah! Grazie... Ehm.... perché?
-Perché sei un esempio!
-Dice?
-Sì, osservare voi mi fa ricordare quanto siamo piccoli.
-"Voi" chi?
-Voi disabili.
-In che senso?
-Voi disabili ci fate capire che c'è sempre chi sta peggio di te, e che la vita va apprezzata sempre.
-Mi spiega come fa a non capire che in questo modo ci sminuisce?
-Siete speciali!
-Io non sono speciale.
-Invece lo sei. Hai una forza straordinaria.
-No guarda, in realtà ho i muscoli piuttosto debolucci.
-Ahah, che burlona. Sei sempre pronta ad affrontare tutto con un sorriso. Sei una guerriera.
-Ma che, sono pacifista.
-Hai tanto coraggio ad uscire.
-Perché, sono così impresentabile? Nel senso "Ci vuole un bel coraggio a uscire vestita così!", è questo che intende?
-Ma no, è che io se fossi in te mi ucciderei. Ci vuole tanta forza a vivere come fai tu.
-Ciao, buona giornata.
-Ti stimo.
N.b. È un'accozzaglia di cose dette davvero, anche se non in un'unica conversazione, a me o ad altre persone disabili.
[Maria Chiara]


6 agosto 2018

Il Pride di Rimini


Il Pride. Io e Chiara siamo andate a quello di Rimini, ed è stato davvero molto bello. Le cose abiliste che succedono praticamente sempre ai grandi eventi - e che sono successe - sono passate in secondo piano per la figaggine di tutto il resto, anche perché erano di non grande entità di per sé.
Non è mancata la signora che, senza apparente ragione visto che ero lì ferma ad aspettare come tutti in mezzo alla folla che la parata partisse, mi ha chiesto se doveva farmi strada per uscire dal corteo; quello che mi ha dato un bacio; quella che mi ha detto "grande!" con tono ispirato - riconosco il tono usato specificamente per le persone disabili -; quello che voleva una foto con me e ha chiesto il permesso alla mia assistente (attenuante: era brillo, credo).
Poi una donna all'altoparlante si è messa a elencare le lotte parallele del movimento LGBT+ per cui si manifestava quel giorno: razzismo, sessismo, specismo eccetera. Io e Chiara stavamo lì guardandoci in modo significativo con le orecchie tese come due volpine trepidanti: ma niente abilismo purtroppo, non è stato citato.
E c'erano davvero poche persone disabili, ma non è una novità nei grandi eventi: o forse quelli con le carrozzine manuali sono ancora lì che si spingono cercando di arrivare, visto che i vigili ci hanno fatto parcheggiare lontanissimo ("abbiamo l'ordine di far parcheggiare lontano anche i disabili!!").
A parte queste cose, che ho comunque percepito come marginali, al Pride c'era una bella energia e mi sono sentita parte della community, anche se non era strettamente la mia. E pensavo a quanto sarebbe bello, anzi a quanto sarà bello, quando svilupperemo lo stesso orgoglio collettivo nella community disabile, con la stessa ironia dissacrante, con la gioia tipica di un gruppo marginalizzato che riprende il suo posto, con lo stesso sentimento di rivalsa.
Ho respirato aria profumata di diritti civili mentre ascoltavo Battiato remixato, e per un momento mi è sembrato che la giustizia sociale fosse un obiettivo vicino.

[Elena]

1 agosto 2018

La persona disabile vincente


La nostra società ha un'idea precisa di chi sia la persona disabile "giusta", vincente, di successo: quella che non parla (troppo) di disabilità.

"È una reazione esagerata!"
"Sì, ma che ansia!"
"Non capisco perché la fai più grossa di quello che è!"
C'è spesso qualcuno che commenta su questa linea quando si affronta un problema legato a quel sistema di poteri, norme e rappresentazioni che è l'abilismo.
E anche se non ci viene detto direttamente, le persone disabili imparano ad adattarsi a questi punti di vista. Stiamo zitti e affrontiamo i nostri problemi in modo tale da non disturbare nessuno.
Già prendiamo così tanto spazio ed energia; non far "pesare" questa parte di noi è il minimo che possiamo fare, giusto?

L'abilismo ci dice che è già un problema se sei disabile, ma ancora di più se ne parli.
Io ci ero caduta in questa retorica.
Sì, perché a tredici anni proprio non capivo come mai le persone disabili in cui mi imbattevo su Internet o altrove facessero spesso lavori collegati alla disabilità o studiassero tematiche come la disabilità e la società.

Con superficialità, e in modo un po' snob, davo i miei giudizi: ora me ne vergogno un po', ma in qualche modo pensavo fosse limitante essere disabili e parlare e interessarsi di disabilità, addirittura "specializzarsi" nell'ambito (ad esempio, essere un giornalista disabile e scrivere di disabilità). Lo vedevo come riduttivo e noioso: sei disabile e parli di disabilità, che poca originalità, pensavo!
Anzi, la persona disabile "vincente", giusta, che era nella mia testa doveva quasi disinteressarsi di argomenti simili, doveva vivere la disabilità come un accessorio della propria vita. Del resto, ero la stessa ragazzina che alle elementari praticamente neanche si rendeva neanche conto di essere disabile. Alle elementari non mi mancava nulla: la scuola era accessibile, e avevo la stessa libertà di movimento dei miei coetanei, dunque per me la carrozzina era alla pari di un paio di occhiali per qualcun altro.

A tredici anni ero sinceramente convinta che non ci fossero cose interessanti da dire sul tema disabilità. Non conoscevo la parola abilismo, dunque non esistendo la parola nel mio mondo non esisteva l'abilismo. Sì, certo, c'erano i pregiudizi di alcune persone che non mi conoscevano, ma non mi rendevo conto del problema strutturale. Nel mio piccolo mondo dorato di secchiona pupilla degli insegnanti (ruolo che mi infastidiva un po' e che mi provocava ribellione, ma di cui comunque godevo volente o nolente i benefici) ero abbastanza privilegiata da potermi permettere di snobbare un po' chi studiava questi temi.
Da adolescente avevo tutt'altro per la testa che i disability rights, e forse era anche normale così.

Eppure il fatto che fossi già curiosa della rappresentazione dei personaggi disabili nei film, e il fatto stesso che su internet finissi per cercare distrattamente persone disabili erano in fondo contraddizioni che probabilmente non riconoscevo. Indizi di una curiosità che sarebbe emersa più tardi, in quel momento troppo sopita dagli input della società.

Adesso invece ringrazio tantissimo il giorno in cui mi sono imbattuta nei disability studies, e nella cultura della disabilità. Ora che ho avuto alcuni strumenti e risorse per decostruire certe dinamiche, penso che sia imprescindibile, da persona disabile, confrontarsi con la storia della disabilità e l'attivismo di questa community, e se non si hanno mezzi o energia per farne parte attiva, perlomeno riconoscerli, onorarli, rispettarli, pena ignorare una parte fondamentale della propria identità.
E parlarne, soprattutto parlarne, anche se poi si viene considerati polemici o noiosi.

Fino a che nel discorso pubblico dominante sulla disabilità le voci delle persone disabili non avranno superato in numero e forza quelle di chi non è disabile.

[Maria Chiara]
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