28 dicembre 2017

Lettera a un adolescente disabile

Accogli la tua disabilità per quello che è. Che non significa farne per forza un motivo di orgoglio o vedere la positività a tutti i costi, ma semplicemente capire che fa parte dell'esperienza umana e rifiutarsi di identificarla con l'immagine tragica che la società ti propone. Soprattutto, rifiutati di credere che essere disabile ti renda meno degno, meno meritevole, meno desiderabile e desiderante.
Non cedere alla tentazione di fare cose solo per dimostrare alla società il tuo valore.
Ci saranno persone che ti denigrano, o ti sottovalutano o ti discriminano. Nei casi più estremi ti ritroverai a convincere gli altri che sei una persona. Un po' di sconforto, per chi è discriminato, è normale e sano, ma evita più che puoi di compatirti.
Sii audace, osa il più possibile. Sii senza vergogna e libero da complessi. Cogli l'opportunità che hai, rispetto alle persone non disabili, di liberarti precocemente dai complessi e dalle sovrastrutture.
Avere un corpo o una mente non conforme ti dà un vantaggio nel liberarti più in fretta dagli schemi e dai modelli imposti in cui tutti noi siamo esortati ad ingabbiarci. Più che ad altri, la società ti cuce addosso dei ruoli, e sono dei ruoli particolarmente fastidiosi, quindi approfitta di questo fastidio come di una spinta a pensare con la tua testa.
Sii fiero, sempre, e ignora le persone che odiano per odiare. Combatti per ciò di cui hai bisogno, per ciò che ti meriti, per ciò che ti sei guadagnato. Chiedi aiuto quando ti serve, anche se può fare paura: scoprirai che è liberatorio.
Non avere timore di pretendere l'accessibilità che ti serve, non avere timore di chiedere alle persone di trattarti nel modo in cui hai bisogno di essere trattato, non avere timore di cancellare o rimandare un impegno perché non hai energia. La self-care, cioè avere cura di sé stessi, è importante.
Non sprecare energia a "passare" per il più "normale" possibile. A sostenere in ogni momento possibile di essere proprio come tutti gli altri, a rassicurare che non hai bisogno di nessun "trattamento speciale".
Il concetto di normalità è fuorviante, perché la normalità non esiste. Riconosci che non sei sbagliato per il mondo in cui vivi, ma che il mondo in cui vivi, in alcune cose, è sbagliato per te.
Non snobbare la compagnia di altre persone disabili pensando che il vero "disabile inserito" sia quello che frequenta solo persone non disabili: in questo modo non fai altro che replicare le dinamiche di discriminazione che vivi sulla tua pelle. È con altre persone disabili che costruirai quella "community" essenziale a vivere con leggerezza le oppressioni che vivi e a sfidarle sempre. Ed è probabile che incontrerai in loro alcune delle persone più importanti della tua vita.
Non scusarti per le tue necessità che appaiono sempre come "extra"; se sei in carrozzina non scusarti perché prendi sempre tanto spazio, o perché devi chiedere aiuto ai tuoi amici. Chi più chi meno, abbiamo tutti bisogno di aiuto l'uno dell'altro.
Per quanto sia difficile in un mondo che ci insegna la vergogna, coltiva il disability pride in ogni sua forma.
Vivi in un mondo in cui il tempo, gli spazi, i corpi, le opinioni delle persone disabili sono continuamente invasi e non rispettati. In una società in cui sono tantissime le persone zelanti pronte a dare consigli non richiesti, soprattutto su come essere disabili, ascolta il tuo corpo, e nessun altro. Goditi i momenti belli e vivi secondo le tue regole. Prenditi dei rischi, cogli le occasioni ogni volta che puoi, divertiti.
[Maria Chiara]

19 dicembre 2017

"Dovresti ascoltarmi!"

Il fatto di usare una carrozzina elettrica mi fa sperimentare situazioni bizzarre: sono una specie di calamita per balordi e curiosi.
Per esempio, qualche settimana fa ero a Londra per la mia laurea. Un pomeriggio stavo passeggiando con la mia famiglia, col freddo glaciale di fine novembre che mi scorticava deliziosamente l'epidermide. Ad un certo punto ci siamo rifugiati in un Prêt à Manger.
Ci sediamo a un tavolo, e mentre cerchiamo di ristabilire la nostra temperatura corporea a livelli accettabili per la sopravvivenza, e in generale ci facciamo i cavoli nostri, un tizio comincia a fissarmi.
Dopo un po' si avvicina, si rivolge a mio fratello e, puntandomi il dito contro, se ne esce con la domanda rompi-ghiaccio più elegante di tutti i tempi:
"È nata così?" (Ovviamente in lingua angla, quindi "Was she born that way?")
Mio fratello lì per lì non capisce, quindi si gira verso di me.
I miei meccanismi difensivi scattano, perché so abbastanza bene che chi si approccia in questo modo è da evitare in toto, quindi ribatto direttamente con: "Non voglio parlare con te"
Il tizio punta di nuovo gli occhi su di me, e mi colpisce il fatto che sono freddi e che non traspare nessuna emozione. Sembra molto sicuro di sé.
"Invece dovresti ascoltarmi, conosco qualcuno che può aiutarti".
Io ripeto: "Non voglio parlare con te. Puoi andare via?"
Lui non si muove e continua a fissarmi immobile, stupito e offeso.
Dico ancora "Vai via?" e sono sull'orlo del: "Se non te ne vai chiamo la polizia" quando finalmente si schioda e fa per andarsene.
"Come vuoi", dice in modo vagamente minaccioso, scandendo le parole e girandosi con deliberata lentezza, "ma avresti dovuto ascoltarmi".
Con questa perla finale da film thriller, esce dal bar.
Capita a volte che delle persone mi fermino per strada. Sconosciuti che, attirati dalla mia ruspante e a quanto pare seducente carrozzina elettrica, mi rivolgono la parola in giro. In genere però la gente mi fa "solo" carezze, o mi chiede se mi può baciare (di solito vecchiette), o mi dice che sono brava a guidare (di solito i maschi di mezza età). Quasi mai la gente insiste nel volermi "aiutare".
Questa del Prêt à Manger è stata una delle cose più inquietanti di sempre, e mi ha lasciato addosso una bruttissima sensazione. Secondo quell'uomo, io NON POTEVO non volere il suo prezioso aiuto: si percepiva in modo tangibile tutta l'arroganza e il piedistallo da cui mi guardava.
Il fatto di essere a volte fermata o salutata da completi estranei in virtù del fatto che uso una carrozzina ha dei risvolti imbarazzanti.
Perché quando a salutarmi, magari da lontano, sono dei conoscenti o degli amici che magari non vedo da tempo, io per una frazione di secondo penso: e chissu chi è? È un balordo che cerca di abbordarmi, o è qualcuno di cui mi dovrei ricordare?
Come quella volta che ero in giro con Chiara, e un ragazzo alto col cappellino con la visiera mi ha salutato: "Ciao!".
Ho il sole proprio in faccia, e sono un po' infastidita perché è un posto pieno di zanzare che bramano la mia pelle. Non ho voglia di perdere tempo con sconosciuti, quindi replico con un aristocratico "Salve" e supero il ragazzo con uno scatto felino, procedendo sulla mia strada. Sento che, dietro di me, Chiara si ferma e parla.
Dopo un po' Chiara mi raggiunge. È sola.
Scopro con orrore che il ragazzo era nostro cugino.
SBEM!
A mia discolpa posso dire che non ci vediamo spesso, però quello che mi preme sottolineare è che, non riconoscendolo, ho dato per scontato che fosse uno sconosciuto "curioso", e per autodifesa ho attivato la modalità fuga.
E ovviamente mia sorella non mi ha perculato per cinque giorni. No, no.
[Elena]
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