28 ottobre 2016

Disabili di serie A e disabili di serie B

“Mica è ritardata, è solo in carrozzina, capisce benissimo!”

“Lasciali perdere, la tua disabilità è nelle gambe ma la loro disabilità è nella testa”

“Non è mica una disabile psichica, ha un cervello che funziona benissimo."

Queste frasi hanno fatto parte della mia infanzia, ma le sento spesso ancora oggi, rivolte a me o ad altre persone con disabilità fisica. Sono frasi comuni, che qualunque disabile motorio o sensoriale avrà sperimentato.
Se fai parte di questa “categoria” e subisci una discriminazione da parte di normodotati (essere apostrofato con tono paternalistico dal commesso di turno o incappare in un ufficio pubblico inaccessibile, per dire), ogni tanto, c’è qualcuno che ti snocciola rassicurazioni sul fatto che: tu avrai anche una disabilità fisica, ma LORO (i normodotati che ti hanno discriminato) hanno una disabilità mentale!! Insomma, non ci stanno con la testa.

…E vuoi mettere? La seconda è molto peggio, non c’è storia!


Sembrano frasi innocue, ma sottendono una concezione dei disabili psichici come in qualche modo disabili “di serie B”. Insomma, più da compatire. Più sofferenti, più sfortunati. Più “disabili”. Meno “normali” e quindi in fondo meno accettabili.
Ma così non si fa altro che perpetuare lo stesso abilismo che troviamo da parte di alcuni “bipedi” nei confronti di chi è per esempio in carrozzina.
Si parte dal presupposto – socialmente costruito, ovviamente – che la disabilità mentale sia in un certo modo “peggiore” della disabilità fisica. E quindi meno degna di rispetto e di diritti.
È esattamente la stessa dinamica per cui un “abile” viene considerato più degno di diritti di un disabile – per dirne giusto un paio, i disabili non hanno un vero e proprio diritto al lavoro né un reale diritto allo studio.

É questione di conformarsi o meno ad un presunto modello di normalità. I disabili cognitivi sono relegati al margine estremo nello spettro della diversità. Sono spesso considerati meno “normali”, più “diversi”, ancora meno capaci di una vita piena e soddisfacente rispetto a chi ha una disabilità fisica.
Il che è tutto da dimostrare, ovviamente.

Questo denigrazione subdola, spesso inconsapevole, della disabilità mentale si trova anche nei discorsi di insospettabilissimi disabili fisici. Eh già, non abbiamo il monopolio del rispetto e dell’inclusività. Anzi, c’è a volte tra gli stessi disabili molto abilismo interiorizzato, sia nei propri confronti (un misto di rassegnazione, accettazione di canoni e confini imposti dalla società e ignoranza dei propri diritti) sia nei confronti di altri disabili. In alcune persone in carrozzina ho incontrato un razzismo inconfessato e implicito verso persone con patologie cognitive. Un volersi differenziare, un affrettarsi a specificare “io non sono come loro”.

Non credo si possa biasimare del tutto il bisogno di dimostrare qualcosa, una tappa spesso necessaria quando vivi in una società che ti dice che non vali abbastanza. È più facile tendere il più possibile al modello di “normalità”. Una tappa, appunto: poi bisognerebbe anche crescere ed evitare di replicare comportamenti discriminatori.

Intorno alla disabilità cognitiva ci sono, se possibile, ancora più stigma e preconcetti che intorno alla disabilità fisica. Quello stigma, in particolare, che fa credere a molti che stupidità e disabilita cognitiva siano la stessa cosa. Non è che chi ha una disabilità cognitiva necessariamente non sia in grado di compiere scelte e decidere sulla propria vita, insomma di “intendere e di volere”. Secondo l’OMS la disabilità cognitiva è “l’incapacità di comprendere informazioni nuove e complesse”: questo significa, per esempio, che per permettere la comprensione di un contenuto a persone con disabilità cognitiva è sufficiente semplificarlo. L'idea, in pratica, è simile a quella di mettere uno scivolo per chi é in carrozzina.

È preoccupante che ci sia bisogno di screditare la disabilità intellettiva per dare in qualche modo valore alla disabilità fisica.
Del resto, viviamo in un paese in cui ancora nel 2016 se un disabile in carrozzina appare in un programma di ballo spesso e volentieri la telecamera si sofferma sulle lacrime della giuria…


E viviamo in un mondo talmente poco inclusivo e consapevole che la parola “abilismo” è meno conosciuta della parola “specismo”, quindi suppongo che la strada sia ancora lunga.

Però vorrei che arrivi presto il giorno in cui le persone che scelgono di non usare più “ritardato” o “Down” come insulti non siano più solo i fratelli e gli amici di persone con la sindrome di Down, perché abbiamo un sacco di altre opzioni e una vasta scelta di parolacce da cui attingere.

Vorrei che arrivi presto il giorno in cui una persona disabile cognitiva, una persona normodotata e io veniamo trattati con lo stesso rispetto.

Vorrei che arrivi presto il giorno in cui ancora più disabili capiscano che fare una divisione implicita tra disabili di serie A e disabili di serie B è offensivo. Che certe distinzioni sono inutili e controproducenti, perchè la lotta per i diritti che abbiamo di fronte è comune.


(Ho usato cognitivo, mentale, intellettivo e psichico come sinonimi. Se così non fosse, e se dovessi aver fatto una confusione assurda, scusatemi e magari correggetemi :))

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