6 maggio 2016

Di cani disabili e video stucchevoli

Dovevo studiare, e invece ho aperto Facebook.
Era uno di quei momenti in cui in cuor tuo sai bene che dovresti metterti giù di brutto e macinare pagine, invece ti inizi a fare mille domande per procrastinare, spaziando da “che film mi sparo dopo?” a cose più impegnative come “ma mi serve davvero questa laurea?” e “siamo soli nell’universo?”. Poi il tuo dito muove il mouse, apre Facebook e Pam! Puoi anche dire addio allo studio.
Scorrendo pigramente la home mi sono imbattuta in un video. Non mi ricordo se era stato condiviso da una pagina animalista, o da una pagina di video pucciosi, o da una pagina animalista di video pucciosi. Poi vabbe’, lo sapete che i video su Facebook partono da soli senza bisogno di cliccare, per facilitare ancora di più l’interazione col social network, e l’advertising, e il profitto, e il consumismo e sticazzi. Non è colpa mia.


Insomma mi è partito questo video, una pubblicità ai fazzoletti Kleenex. Se lo volete vedere fate voi, intanto faccio un riassuntino: un cane ha le zampe posteriori paralizzate e per muoversi si strascina faticosamente su quelle anteriori. Sopra, campeggia una scritta:
“Nessuno lo voleva. Era difettoso. Un fardello.”
Poi la scena cambia: al cane è stato messo il carrellino, cioè delle ruote, l’equivalente della carrozzina per gli animali, con cui può muoversi facilmente.

Poi parla un tizio, in carrozzina pure lui, che ha adottato il cane e che dice che per loro è facile capirsi, dato che affrontano le stesse difficoltà. Insomma, secondo lui c’è una sorta di comprensione innata tra loro due. Si vedono cane e padrone che stanno insieme, che vanno in barca e che corrono, e vissero felici e contenti. Fine.

In questo video ci sono due problemi, uno grosso e l’altro grossissimo.

Problema numero 1:
Il video pubblicizza i Kleenex, consigliati per asciugare le lacrime che la visione del video presumibilmente susciterebbe. Ma esattamente: cosa c’è da piangere in tutto ciò? Davvero, non capisco cosa può essere scattato nel cervellino di chi ha creato questa pubblicità. Sono solo cane e padrone che giocano. Niente di tragico, eppure viene trattato come qualcosa di straordinario. Ma cosa c’è di speciale in una persona in carrozzina che adotta un cane con le ruote? Niente.

Problema numero 2:
Nel video si dice che il tizio in carrozzina e il suo cane si capiscono perché hanno le medesime difficoltà. Si suggerisce che fra loro ci sia una comprensione innata perché si trovano nella stessa situazione.
Sono anche andata a vedere i commenti sotto il video, perché non lascio i lavori a metà e quando perdo tempo lo faccio bene.
La ggente – in linea col messaggio proposto – scrive cose come: “Si capiscono benissimo!!!”, e ”Sono fatti l’uno per l'altro!1!1”, e “Sono uguali, hanno gli stessi limiti!!”. 

Allora... No! Occhei? No e ancora no. I limiti di un uomo in carrozzina e di un cane con il carrellino NON sono gli stessi e una pubblicità che lo suggerisce è offensiva e abilista in una maniera spaventosa. I limiti di una disabilità sono prima di tutto sociali, non medici.
Faccio un esempiuccio pratico. Io sono decisamente sotto la media in quanto a efficienza fisica, ma questo, nella grandissima parte delle situazioni, non mi pesa. Non è una difficoltà per me non riuscire a cucinare da sola: faccio cucinare alla mia assistente. Non è davvero una difficoltà, ma un modo alternativo di vivere, non necessariamente peggiore o migliore di altri.

Alcune difficoltà vere e concrete che mi vengono in mente sono invece:
Il mio paese che non mi dà tutti i soldi necessari per pagare le mie assistenti.
Un insegnante abilista.
Uno scalino.
La burocrazia infinita.
QUESTE sono le difficoltà. Sono difficoltà sociali, che derivano dal fatto che la società non è ancora aperta alle differenze e ai bisogni di tutti i cittadini. E invece nei media e nella percezione comune c’è sempre un focus che non ha senso di esistere sui deficit fisici o mentali. Questi deficit sono superabili. Si trovano alternative. Invece per molti la disabilità è tutta lì, nel limite fisico o mentale.

In sostanza, ci sono due modi di concepire la disabilità.

Modello medico:
– La colpa per le cose che non puoi fare è del tuo difetto fisico o mentale. La società è stata costruita per un’élite? Chissenefrega. Se nella scuola dove vorresti andare ci sono le scale, scegline un’altra, ché fare un ascensore è troppo sforzo. Sei malato, ringrazia che ti facciamo un’elemosina mensile, tanto le tue necessità non sono molte, no? La disabilità è una malattia. Devi essere curato, anche se la tua disabilità non ti causa sofferenza, così ti puoi adattare il più possibile all’ambiente “normale”. Per esempio, hai la possibilità di scegliere tra una carrozzina comoda che ti porta lontano e delle stampelle che riesci a usare solo con fatica e per tragitti brevi? Scegli le stampelle se puoi, non importa se pregiudicano la tua autonomia. Saranno sempre meglio rispetto alla carrozzina, perché le stampelle sono più vicine alla norma. –

Il modello medico prende come canone un ideale di “normalità”, da raggiungere a ogni costo, senza davvero considerare i bisogni reali di una persona. Chi non riesce a raggiungere questo canone è infallibilmente etichettato come “diverso”, una persona con qualcosa in meno.

Modello sociale:
– È l’ambiente il problema. Le persone sono tutte diverse, con diversi bisogni e potenzialità, quindi l’ambiente si deve adattare ed essere inclusivo, accogliendo tutti. Lo scalino va eliminato, il lavoro di assistente personale deve essere diffuso affinché i disabili siano indipendenti, le pubblicazioni vanno rese disponibili in braille, e tante altre belle cose. Bisogna rimuovere le barriere che limitano le scelte di vita dei disabili. Quando le barriere sono rimosse, i disabili possono essere indipendenti e pari agli “abili” in quanto a controllo delle proprie vite. I disabili possono lavorare, i media devono rappresentare in maniera onesta e veritiera le minoranze. Il deficit fisico o mentale è una delle tante caratteristiche della persona, non qualcosa di totalizzante. La disabilità è causata dal modo in cui la società è organizzata, non dai vari handicap delle persone, da considerare semplicemente come caratteristiche individuali. –

Il video della pubblicità dei Kleenex rispecchia in pieno – indovinate un po’ – il modello medico, vecchio e bacucco, che dovrebbe ormai andare in pensione. Si concentra infatti sul deficit fisico come elemento comune tra cane e padrone: non ha davvero senso.

Sia io che quel cane abbiamo un limite fisico. Ah! Ok.
Ma per il cane questo non ha mica conseguenze sociali! Il difetto fisico ha un significato diverso per me e per lui.
Sono le conseguenze sociali il problema, non il deficit in sé e per sé, perché con i giusti strumenti e opportunità l’handicap si compensa, si supera.

Rifiuto di essere paragonata a quel cane perché il cane non sopporta stigmi SOCIALI. Non affronta niente di quello che vuol dire essere disabili nel 2016. Non condivido nulla di sostanziale con lui, a parte due ruote sotto il culo che mi permettono di muovermi, tipo scarpe.
Non ho a che spartire con quel cane più di qualsiasi altro umano. Suggerire altrimenti è francamente offensivo.
È come se un bipede (cioè un normodotato) venisse paragonato a un cavallo perché indossa gli zoccoli, o un vegano ad una zebra perché non mangia la carne. Non è che per questo te la intendi meglio con il cavallo o con la zebra, no?
Ve lo immaginate?


2 commenti:

  1. Sono così tanto d'accordo con quanto appena letto, essendo io gran consumatrice dell'oggetto su pubblicizzato, soffrendo di allergie, anche a volte di chi mi sta intorno, che non userò più i kleenex! Con la k minuscola anzi piccolissima!!!
    Rossosimo

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