11 giugno 2015

Quella volta che sono andata in gita a Praga

Un anno fa, a maggio, partivo per la gita di quinta liceo. Destinazione: Praga, con una breve tappa a Salisburgo.
All’inizio della gita, nell’autobus che ci portava verso le lande nordiche, non sapevo, tapina, che cosa mi stava aspettando. Prima di partire avevo dato una blanda occhiata al programma del viaggio, e mi era passato per la testa un pensiero fugace: «Mmm, forse dovrei mandare delle e-mail per sapere se i posti che andiamo a vedere sono accessibili a una carrozzina», per essere subito rimpiazzato con un «Ma no, dai, che ci stanno a fare gli organizzatori? Ci avranno già pensato». Contenta e giuliva, cominciavo così senza preoccupazioni il viaggio.

Salisburgo è graziosa e ordinata in modo tipicamente austriaco, e in ogni angolo vendono palle di Mozart. In hotel trovo un primo, piccolo smacco: c’è un problema con la rampa per entrare nell’edificio, ma siccome peso poco (io e la mia carrozzina insieme facciamo, udite udite, qualcosa tipo 35 chili) e so di doverci passare soltanto due notti, me ne sbatto altamente e supero senza difficoltà mia, forse un po’ di quella delle persone che mi sollevano tre scalini.
La tappa successiva dopo Salisburgo è Praga, con una fermata intermedia in una miniera di sale. A scuola mi avevano detto:
«È una miniera in parte accessibile. A un certo punto ti dovrai fermare perché cominciano le scale, ma c’è un’uscita da cui si accede al negozio, e in più ci saranno immagini multimediali di quello che non potrai vedere dal vivo!».



Con questo ottimistico pronostico mi avvio dunque verso la miniera, portandomi dietro mio padre - figura jolly fondamentale durante le gite dall'accessibilità dubbia.
 Arrivati allo stabile, dopo aver trovato con un po’ di difficoltà l’entrata accessibile, mi trovo davanti un trenino che si infila senza scampo dentro a una galleria. È, ovviamente, l’unico modo per entrare nella miniera, ma di posto per la mia carrozzina proprio non ce n’è.


Gli addetti non fanno altro che parlare in Deutsch e grattarsi la testa con aria confusa, e comunicarci è davvero difficile, ma riusciamo a far loro la domanda fatidica:
«Se vado col trenino senza carrozzina poi non c’è da camminare dentro la miniera, vero?»
Pare di no.
Così partiamo, con tutta la comitiva che mentre noi decidevamo il da farsi ha fatto in tempo a indossare le tute da minatori.
La mia carrozzina rimane indietro, sola e abbandonata in un territorio di nessuno, e chissà quando la rivedrò (in realtà ho una paura irrazionale che mi rubino il cuscino). Io mi metto in una posizione ibrida mezza stesa e mezza seduta su una specie di panca larga circa quaranta centimetri, che è affiancata da una barra metallica per tenersi.


E…via!
Come inizio non è stato proprio dei migliori, ma la corsa sul trenino è fighissima.
Dopo un po’ di strada in cui sprofondiamo nelle viscere della terra, sbuchiamo in una grotta sotterranea, con pareti incrostate di lucido salgemma.
Tutto bellissimo, uno spettacolo unico, ma...
Ops! C’è stata un’incomprensione con gli addetti, la miniera non finisce lì. Assolutamente! Scopriamo che c’è un luuuungo tragitto da fare a piedi: il trenino non era che l’inizio.
Sono basita, mi pento mille volte di essermi cacciata in questa situazione e cielo, quanto vorrei la mia comoda, stabile carrozzina!
Le alternative sono essenzialmente due: 1) uscire dalla miniera (in che modo? Bo! Ci sarà un’uscita di emergenza?) o 2) ma neanche ci penso, è infattibile farmi portare in braccio per non so quanto tempo, dato che non so quanto dura la visita.
Poi una voce – non mi ricordo nemmeno chi ha avuto l’ardire, e questo è sintomatico di quanto stavo in palla – se ne esce con: «Be’, possiamo fare a turno e portarti in braccio». Detto e fatto. Da lì in poi, per circa un’ora, vengo trasportata in braccio da tre persone che si danno il cambio: mio padre, la mia assistente e il prof di chimica. Sì esatto, il prof di chimica. Quello che ti interroga la mattina e che il pomeriggio ti porta in braccio in una miniera di sal... No, aspetta, cosa? Questo non era previsto. Ehi, che ci faccio in braccio a un prof? Un prof! Uno di quelli che stanno dall’altra parte della barricata, oh cielo. Qualcuno mi salvi.
No, non è stato così tragico. Il prof è simpatico, e mi becco pure le spiegazioni sul salgemma da una posizione indubbiamente privilegiata. Però accidenti, si potevano informare meglio sull’accessibilità della miniera! Intanto in questo modo sto uccidendo tre persone col mio peso piuma e anche la mia schiena non è che faccia i salti di gioia.
Arriviamo a una ripidissima scala con dei neon che segnalano gli scalini, e alla mia mente distorta da diversi minuti di trasporto “in aria” sembra la bocca dell’Inferno.


Non ce la posso fare a superare questa scala. Anche il prof di chimica sembra incerto (in realtà ce la stiamo facendo sotto entrambi). Ma arriva mio padre che, sprezzante del pericolo, mi prende in braccio e poi fa la scala in quattro salti.
Dopodichè ci attendono altre rampe di scale, percorsi accidentati e poi di nuovo il trenino.
Quando esco dalla miniera mi pare di aver perso dieci anni di vita e ho la sensazione di essere appena uscita da un mix tra le miniere di Moria e la tana di Shelob. Quando riappoggio il culo sul mio passeggino mi trattengo a stento dall’urlare come quei naufraghi dopo giorni alla deriva:
«Terraaa!!»
Ma non è finita. Nei giorni seguenti, a Praga, mi imbatto in ogni tipo di barriera architettonica.
A cominciare dall’hotel, che ha un ingresso con vari scalini, e una porta strettissima in cui entro proprio per un soffio.


Al che comincio a chiedermi seriamente se chi ha organizzato la gita ha capito che ci sarebbe stata una con la carrozzina.
La sera del primo giorno, a cena, scopro che per arrivare in sala da pranzo c’è una scala. E non una scala normale. Una scala a chiocciola. Cioè la morte. Chiariamolo, c’è una sola cosa che odio più delle scale a chiocciola, e cioè le scale mobili della metropolitana, quelle lunghissime che manco si vede la fine e ti prende l’ansia solo a guardarle (le mie amiche però ci si facevano i selfie sopra come se non ci fosse un domani, quindi è evidente che il problema è solo mio).
Quando il prof chiede alla receptionist se ci sia un ascensore quella risponde:
«Non c’è. Ma può mangiare in camera, no?»

Grazie, eh. Stronza.
Comunque, per la cena si fa pure lo sforzo di portare me e la mia carrozzina di sotto, ma la mattina proprio no, sia perché la colazione è scarsissima e non vale la pena sia perché appena sveglia preferisco evitare emozioni forti. Tipo, che so, una caduta dalle scale. Quindi me ne resto appollaiata lassù con l’assistente ad un tavolino improvvisato.
Per il resto, Praga vanta una pavimentazione cittadina che neanche la Giant’s Causeway. Sanpietrini enormi che mi fanno passare piacevoli ore a fare i balletti sul terreno sconnesso. Quanto vorrei buttarci sopra delle belle colate d’asfalto.
Un pomeriggio andiamo a visitare una sinagoga. Piena di scale, scale, e ancora scale, fatte con l’aiuto, oltre che della mia assistente, del prof di chimica e di un alcuni baldi giovani del gruppo. Non solo ci sono scalinate lunghissime, piene di turisti che vi bivaccano come se fosse il posto più largo e comodo della Terra: tra una stanza e l’altra ci sono addirittura altri scalini e le porte sono strettissime. A metà visita mi metto a maledire chi ha scovato una sinagoga inaccessibile quando Praga è piena di cose da vedere. A pensarci bene, era quasi impossibile trovare qualcosa di tanto inaccessibile: sembra che ci si siano messi d'impegno.
Arriviamo ai sotterranei, ma a quel punto decido di fermarmi, come quei cavalli che puntano le zampe e si rifiutano di fare un altro passo. I sotterranei sono stretti e sembrano dei budelli, e onestamente mi sembra un suicidio, nonostante il prof di chimica si dichiari pronto ad aiutare e la mia assistente sia ottimista. Io onestamente penso che la fatica abbia loro ormai fuso il cervello, così rifiuto gentilmente ed esco a comprare una bibita al bar, perché anch’io dopo tutto quel saliscendi sono fusa e ne ho bisogno.
La sera si esce a fare un giro in centro. Non è previsto l’uso dell’autobus perché è un’uscita fuori programma, quindi si pensa bene di andare con altri mezzi. In metro, per l’esattezza. Comincia così una sequela di scale che mi pare infinita, fatte un po’ in braccio e un po’ con la carrozzina. Anche scale mobili, quelle di cui non si vede la fine. Anche se perdo dieci anni di vita.

Il giorno dopo ci risiamo, gita alla Torre di Petřín (“piccola Tour Eiffel” per gli amici), copia sfigata dell’originale. Per arrivarci ci facciamo venti minuti di tornanti a piedi. Una volta entrati nella torre, scopriamo che c’è un ascensore per sardine. È così piccolo che il mio passeggino non ci entra. Così entro in questo buco in braccio alla mia assistente, continuo la visita in braccio all’insegnante di chimica, e torno giù con l’aiuto di alcune amiche. Bene. Facile. Dopodiché rifacciamo tutti i tornanti, felici che ora siano in discesa. E poi un certo punto scopriamo che c’era anche la funivia.

Un altro giorno andiamo su un sentiero panoramico ripidissimo, così scosceso che anche le prof donne ansimano con la lingua di fuori. Ogni tanto ci sono anche dei canaletti di scolo. Probabilmente per aumentare la difficoltà, come in un videogioco.


Ora, parliamone. Perché? Perché hanno organizzato una gita del genere sapendo che c’era una ragazza in carrozzina? Che cosa avevano nel cervello? Noccioline?
È così che, tornata a casa, un milione di scale dopo (così tante da far invidia alla moglie di Montale), ho scritto una lettera di protesta agli organizzatori della gita in cui mi lamentavo della pessima organizzazione, e che finiva così:
“Quasi tutte le attrazioni non erano accessibili. Addirittura l’ingresso all’hotel è impossibile a qualunque disabile in carrozzina il quale non abbia –  a differenza della sottoscritta –  un peso minore di venti chili e almeno cinque aiutanti.
L’agenzia, credo, non era al corrente del mio peso, dunque sono amareggiata dalla superficialità dimostrata verso la notizia che una ragazza disabile avrebbe partecipato alla gita.
Auspico che la stessa leggerezza, che solo per caso non ha compromesso significativamente il viaggio, non sia ripetuta in futuro, dato che il prossimo studente disabile peserà probabilmente più di venti chili.
Cordialmente,
...”
Non mi hanno risposto.
Ed ecco che bei ricordi ho di Salisburgo e Praga:



P.S. Un sentito grazie a chi si è fatto le sfacchinate per portarmi su e giù per quelle mortifere scale praghesi che all’Inferno dantesco gli davano due giri.

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