4 aprile 2015

Elogio della pazzia

Il limite estremo della saggezza è ciò che la gente chiama pazzia. Jean Cocteau

L’imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità, ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi.  Marilyn Monroe


Ho elaborato una nuova teoria antropologica! Da quel punto di osservazione privilegiato che è la disabilità e che rende molti disabili un po’ psicologi e un po’ antropologi, ho individuato un fatto ricorrente le cui prevedibilità e verificabilità gli hanno ormai meritato, almeno nel mio cervello, il rango di teoria scientifica: le persone un po’ pazzoidi, gli squinternati, gli eccentrici, gli “sfigati” della situazione, e a volte anche gli ubriachi (!), hanno con le persone disabili un primo approccio più naturale rispetto alle persone più vicine agli standard della “normalità”.



Di solito il primo contatto dei cosiddetti normodotati con le persone disabili ha, nel migliore dei casi, se non altro una specie di riserbo appena accennato, di timore reverenziale quasi impercettibile.

Invece, quelli che nei primi e primissimi tempi di una conoscenza si avvicinano di più, con più immediatezza e naturalezza, ad una persona disabile, quelli per cui non devono passare settimane di conoscenza prima che si sciolgano e si arrischino a fare battute diverse dal solito repertorio, sono proprio i “matti” di turno, che in virtù della loro “pazzia” hanno meno difficoltà a osare, a rischiare e ad entrare quindi in contatto con una realtà “diversa”.


Ciò che queste persone hanno in comune è una capacità di vedere “oltre” e un pizzico di genialità, e soprattutto meno inibizioni, meno freni, meno “pastoie” sociali, meno paranoie e una certa insofferenza verso le costrizioni. In breve, a loro non importa nulla di cosa pensano gli altri.


Secondo la mia esperienza, molti fra quelli che si approcciano ai disabili in modo più sano,”fresco” e naturale, sono proprio i “matti”, gli eccentrici – e forse in generale la gente che non sopporta molto le regole. Le persone di questa categoria (è ovviamente una categoria molto eterogenea) sono quelle che in assoluto hanno dimostrato meno preconcetti e meno stereotipi nei miei confronti, e quelle che hanno fatto meno gaffes (quelle gaffes che spesso fanno i “normodotati” quando si rapportano con i disabili) nei primissimi istanti (e a volte nel primo periodo) della conoscenza.


Ve lo spiego subito con un esempio. Una volta, durante i primi anni delle superiori (avevo più o meno quattordici anni) ero ad una festa e insieme al nostro gruppo c'era il fidanzato di un’amica, un ragazzo che non conoscevo e che fin dall'inizio della serata si era dimostrato un po’ sui generis. Niente di particolarmente strambo, solo un comportamento un po’ pazzoide e disinibito.


Mentre parlavo con un’amica questo ragazzo mi ha offerto una sigaretta e io, senza dare a vedere di essere stupita, ho ringraziato e rifiutato. Forse vi chiederete perché stupita. Il fatto è che quello a cui ero abituata a quattordici anni (ma anche ora che ne ho ventitré non è che le cose siano cambiate più di tanto) erano i ragazzi della mia età che si scusavano quando dicevano parolacce in mia presenza (ebbene sì, è successo anche questo, ma del resto lo sanno tutti che i disabili sono creature dolci e pure) o che al momento di versarmi degli alcolici sporcavano appena il bicchiere. Quindi sì, l'offerta di una sigaretta ad una quattordicenne in carrozzina (che fra l'altro ne dimostrava anche meno) era decisamente strana. Strana ovviamente agli occhi della maggior parte dei presenti, che con tutta probabilità una sigaretta non me l'avrebbero mai offerta.


Quello che ricordo più chiaramente è l'espressione di imbarazzo – e addirittura quasi di scusa! – con cui mi ha guardato poi la sua ragazza. Per lui invece – come è giusto che sia – era una cosa perfettamente normale. Quella sigaretta l’aveva offerta a me così come l'aveva offerta ad un altro paio di ragazze, per poi infilarsela in bocca con aria noncurante. Quel ragazzo aveva beatamente bypassato tutti gli schemi e le paranoie che la società costruisce intorno alla disabilità. Aveva ignorato l'immagine del disabile-uguale-malato-che-non-assume-alcol-né-nicotina che impera nella mente di così tante persone, aveva ignorato l'immagine di purezza costruita attorno a chi è in carrozzina (specialmente se donna, specialmente se giovane) per cui se si vede in un film un paraplegico che fuma è quasi sicuramente il cattivo di turno oppure un disabile trasgressivo.


Quel ragazzo aveva semplicemente visto una quattordicenne a una festa. E non è che mi abbia offerto quella sigaretta perché, anche se gli sembrava strano, voleva mostrare di non fare discriminazioni. Di questo sono sicura: ormai credo di aver sviluppato una sorta di sesto senso per queste cose, una specie di iper-sensibilità per cui mi pare di capire cosa passa per la testa delle persone in queste situazioni (non che offrirmi la sigaretta con l’intento di non discriminarmi sia di per sé sbagliato). Non c’era nulla di forzato in quell’offerta pigra e seria. Lui me l'ha offerta perché tutte le regole, le categorie, gli incasellamenti del pensiero comune non gli sono passati neanche per l'anticamera del cervello. Proprio non ci ha pensato che poteva sembrare strano, che a una ragazzina disabile forse non si danno le sigarette, che la sua ragazza poi si sarebbe vergognata per lui. I codici di comportamento della società non l'hanno neanche sfiorato, é proprio questo il punto.


É come se il Super Io, quell’insieme di modelli comportamentali, quella sorta di giudice censore che regola il nostro agire, in queste persone fosse più attenuato, come se non avessero interiorizzato bene tutte le regole e gli schemi di comportamento. In tutti gli ambienti che frequento le persone con cui mi trovo a mio agio fin da subito (e intendo proprio fin dai primi minuti), quelle nei cui occhi o nel cui tono di voce non vedo riflessa la mia carrozzina, per intenderci, quelle che fin dal primo giorno non hanno timore di fare battute, di essere irriverenti, di toccarmi, in una parola di rischiare (sì, perché se la società ti dice che i disabili sono fragili malati puri inermi depressi/gioiosi arrabbiati/rassegnati fare queste cose equivale un po’ a rischiare) avevano quasi tutte un’abbondante dose di sana pazzia.


Ci ho messo un po’ a capirlo. Gli strambi, gli eccentrici, gli “sfigati” della classe, a volte anche solo gli estroversi più esuberanti, e spesso anche gli ubriachi, con me hanno sempre avuto un approccio più diretto che la “persona standard”, come se la facciata della mia disabilità risultasse in qualche modo meno visibile ai loro occhi, in virtù della loro blanda “pazzia” o di qualche bicchiere di troppo.


Il ragazzo con cui frequentavo un corso all'università che non aveva problemi a richiamare la mia attenzione con una pacca (per niente leggera!) sulla spalla e che il secondo giorno di conoscenza mi parlava giocherellando con i raggi della mia carrozzina sotto il mio sguardo attonito e divertito non aveva di certo il timore reverenziale che spesso ha la gente quando si tratta di toccare una persona disabile. Evidentemente il suo Super Io si era andato a fare una vacanza.


E a quanto pare qualche birra di troppo aveva mandato in vacanza anche il Super Io di un mio compagno di classe che a scuola mi si rivolgeva sempre timido e controllato e che invece durante una cena mi si è avvicinato per parlare di filosofia per una buona mezz'ora e a un certo punto ha pure giocherellato con la mia ruota (ancora! A quanto pare le mie ruote attraggono pazzi e persone alticce).


Ora, non dico certo che i disabili hanno rapporti più sinceri con chi ha qualche rotella fuori posto, o che è meglio frequentare direttamente solo alcolizzati, ma sta di fatto che la persona media di solito ci mette un po’ di più prima di “sbrinarsi”, e sei tu disabile a dover fare la prima mossa (e a volte anche la seconda), la prima battuta, la prima birichinata. Il problema è solo rompere il ghiaccio, poi non è detto che questa persona a lungo termine non si possa rivelare anche migliore di un “matto”.


Ma se una persona appena conosciuta, nel versare a te, disabile, la vodka alla pesca ti riempie un bicchiere senza esitare, oppure ti prende in giro pesantemente o – se del sesso opposto – ti butta là una battuta maliziosa, allora stai sicuro che qualche rotella fuori posto (nel senso buono) ce l’ha.



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