15 marzo 2015

Guida alla ricerca di un assistente personale

L’assistente personale, quando sei disabile, è la persona che ti aiuta a compiere quegli atti che tu da sol@ non riesci a fare.
Per dare qualche esempio, la mia assistente mi veste, mi prepara da mangiare, mi lava, mi porta in bagno, spinge la mia carrozzina, mi gira di notte, mi fa salire in macchina, mi passa gli oggetti.

Grazie all’assistente personale sono autonoma. Non dal punto di vista fisico, ovviamente. Sono autonoma perché grazie a lei posso vivere pienamente nella società. Lei rimuove gli ostacoli fisici o supplisce alle mie mancanze fisiche che altrimenti mi impedirebbero di vivere una vita come quella di tutti gli altri. C’è un gradino per strada? Lei mi permette di  superarlo. Ho voglia di un take-away giapponese, devo andare all’università, devo andare a fare spesa? Lei mi ci accompagna.
Grazie all’assistente, che mi permette la mobilità, sono una cittadina inserita nella società che partecipa all’economia. Come tutti – direte voi. Eh no! Quanti disabili non hanno questo fondamentale “ausilio” che gli permetterebbe di vivere una vita autonoma, come quella di tutti gli altri? Tanti, tantissimi: la stragrande maggioranza. Perché chissenefrega se una parte della società è bistrattata, non ha diritto alla vita, è completamente dipendente dai familiari o vive nei centri, e non può compiere le azioni più normali tipo – che so – studiare, lavorare, viaggiare, andare a noleggiare un DVD, andare a comprare il pane, quando ci sono dei politici panzoni da sfamare e un esercito da mantenere?
Quello dell’assistente personale è un lavoro non ancora socialmente riconosciuto nella maggioranza dei paesi. Ed è preoccupante.
In certe regioni d’Italia esistono progetti di Vita Indipendente (ne parla Maria Chiara qui), e in questi casi le istituzioni stanziano qualche fondo: l’importo (quando c’è un importo) varia da una regione all’altra. Ma molto più spesso l’autonomia si paga. Di tasca propria. Quell’autonomia che altri danno per scontata. In inglese quando ti mantieni da solo agli studi si dice “self-funded”, che è un modo carino per dire che sborsi tu. Ecco, l’assistenza personale è molto spesso “self-funded”, perché è lontana anni luce dall’essere attuata a livello internazionale. Anche il processo di ricerca dell’assistente, se è per questo, è “self”. Io e Maria Chiara abbiamo sviluppato un iter carino carino per reclutare le assistenti di cui abbiamo bisogno, il processo è stato messo a punto e collaudato.

  • Obiettivo: trovare una ragazza sana di mente, ragionevolmente forzuta (q. b.) possibilmente empatica, meglio se con senso dell’umorismo, flessibile e discreta.


Fase 1) Diffondere un annuncio chiaro e conciso, con i recapiti pronti da staccare. Fornire la mail invece del solito numero di telefono è una mossa chiave che permetterà di gestire meglio i contatti e ottimizzare il processo di scrematura. Affiggere l’annuncio in quanti più negozi possibili: fornai, parrucchiere, cartolerie, oggettistiche, negozi di quadri, ovunque te lo lascino appiccicare. Avere cura di usare una scrittura sufficientemente grande da attirare l’attenzione. Compilare anche il modulo dell’Informagiovani, pubblicare l’annuncio sul Mille Affari (è gratuito) o nelle bacheche delle università. Una piazza ancora più efficace è Internet, i siti su cui noi pubblichiamo sono questi, dal più al meno frequentato:
Kijiji (vera miniera d’oro: le ultime cinque assistenti venivano da qui!), Subito.it, Bakeka.it, Vivastreet, Annunci.net
Di solito è necessario registrarsi nei siti, ma ne vale davvero la pena. In casi estremi, quando si ha fretta di trovare la persona, ci si può rivolgere alle cooperative sociali della zona che assumono personale educativo/assistenziale e chiedere loro di inoltrare l’annuncio ai loro dipendenti, che potranno decidere se rispondere loro stessi oppure spargere la voce ai conoscenti.
Fase 2) Iniziano ad arrivare delle risposte. Lo spettro è vario: c’è chi manda il curriculum e nient’altro, c’è chi lo fa seguire da qualche riga di accompagnamento; c’è chi spiattella il suo numero di telefono e basta, nella vana speranza di essere richiamato/a. E poi ci sono loro: quelli che per età o per genere non hanno i requisiti minimi (per quanto ci riguarda femmina e di età compresa tra i 24 e i 34 anni) e che però ci provano lo stesso. 
Noi rispondiamo alle candidate con una mail del tipo: “Ti diamo qualche informazione in più sul lavoro” con una spiegazione un po’ più dettagliata delle mansioni. Poi chiediamo il curriculum (o una  descrizione di che cosa si è fatto in precedenza) e una presentazione personale. Il curriculum non serve tanto a sapere i lavori precedenti, perché non è necessario che l’assistente abbia esperienze nel campo: è il disabile stesso che la istruisce secondo le proprie esigenze. Il curriculum serve in realtà ad avere i recapiti (perché spesso la mail è nascosta dai  siti di annunci) e altre informazioni rilevanti, tipo la città natale o la scuola frequentata, in modo da poterli spiattellare in tutti motori di ricerca possibili e immaginabili. L’obiettivo è ottenere quante più informazioni si riesce su vita, morte e miracoli di chi si andrà a valutare per un lavoro piuttosto delicato. La possibilità di cercare le persone su Facebook con l’email e il numero di telefono è spesso risolutiva, ma anche Google può rivelare un sacco di cose. La presentazione serve invece a capire se la persona ci sta con la testa o è una pazzoide, o ha strane idee sui disabili. Ecco una chicca di una candidata dal curriculum ineccepibile e con l’età giusta.

“Buongiorno Elena,
sarò breve e coincisa nella descrizione: sono una persona molto disponibile all'ascolto e nutro una certa curiosità per questo mondo e tutte le sue forme, ma non credere che sia una chiacchierona. I miei dialoghi sono sempre dettati dalla persona che ho di fronte. Se ciò che sto ascoltando mi interessa poco riesco con educazione e modi regali a svincolarmi dalla conversazione. Solare, allegra ed educata. Tenace e persistente negli atti quotidiani della vita. 
Ho avuto la fortuna di sperimentarmi in vari ambienti sia per lavoro che per formazione personale, la costante è sempre stata una sana dose di coraggio.
Amante della natura preferisco qualche ora di passeggiata all'aria aperta che riversarmi nei centri commerciali o fare una "passeggiata" per negozi.
Adoro l'arte, la cultura, i musei, il cinema, il teatro, le mostre, gli incontri di lettura e gli spazi aggregativi capaci di far sperimentare le persone.
Mi piace stare ai fornelli, leggere ricette e poi riproporle ai miei commensali... 
Meteropatica, perchè no? A chi non piace un'eterna primavera fatta di temperature miti e della sana e non accaldante luce solare capace di nutrire il mondo, ma non di disturbare l'essere umano?!
Se pensi che sia interessante parlare di persona aspetto tue notizie...”

 Che dite, è da scartare?




N.B. Se si ha fretta di trovare un’assistente, è il caso di riconsiderare chi ha un’età maggiore o minore di quella richiesta. 

Fase 3) Dopo aver scelto una rosa di persone con cui fare il colloquio, fissiamo gli appuntamenti. Bisogna prendersi il tempo di considerare al meglio le candidate per quello che non è solo un lavoro fisico ma una convivenza a stretto contatto.
Noi il colloquio lo facciamo quasi sempre in tre: io, Chiara e nostra madre. È importante confrontarsi sulle impressioni che si sono avute, perché ci possono essere delle sorprese: in tre si possono notare molti più dettagli e sfumature.





Durante l’incontro si parla, si fa parlare la candidata, si spiega, si chiede, si fanno vedere le mosse principali che l’assistente dovrà fare. La manualità e la praticità sono doti altrettanto importanti che un buon carattere, ma spesso sono qualità che emergono – oppure no! – dopo un certo periodo.


Fase 4) Fare alcuni giorni di prova. Spesso purtroppo non c’è tempo di fare le prove con tutte le candidate e si fa una scelta affrettata: o la va o la spacca. Tanto con pochi giorni di prova si capisce in realtà poco e niente di come andranno le cose.
Noi abbiamo fatto un contratto applicando quello della badante convivente, prendendoci lo sfizio di cambiare il nome della mansione da “badante” a “assistente”.
Fase 5) Istruire l’assistente. Ci può volere tanto o poco tempo. L’importante è dire subito se c’è qualcosa che non va e come si vuole che vengano fatte le cose, perché l’assistente non prenda abitudini sbagliate più difficili da cambiare in seguito. In questo primo periodo infatti l’assistente è particolarmente ricettiva e disponibile ad imparare.
Fase 6) Ci siamo quasi! Possiamo dire di essere quasi in piano. Però attenzione, non siamo sposati con l’assistente finché morte non ci separi, e se non ci va bene come lavora possiamo salutarla. È una scelta difficile, perché con l’assistente si crea un rapporto, economicamente licenziarla non conviene a causa dei giorni di preavviso, e il lavoro di ricerca è lungo. Ma è della nostra qualità della vita che si parla.
A vivere con una persona ci si deve sempre un po' adattare. Con le assistenti c'è sempre un primo periodo in cui si ricerca un equilibrio, e si è particolarmente pazienti per eventuali mancanze.
L'importante è non strafare con la pazienza, perché la verità è che in una società che pullula di errate concezioni sui disabili, e dove le figure dell'assistente personale e del disabile datore di lavoro sono mosche bianche, è facile essere oggettizzati, è facile che l'assistente confonda la cura personale con il diritto di giudicare scelte, intromettersi dove non deve o non rispettare le tue decisioni.
È importante stabilire – prima di tutto con se stessi – che cosa è accettabile e che cosa non lo è.

Per fortuna abbiamo ancora in cantiere tutta quella bella sfilza di nomi di candidate. Via con la prossima!




Le bellissime, realistiche illustrazioni, di Moreno Chiacchiera, sono tratte dalla brochure sulla Vita Indipendente di Elisabetta Gasparini, che trovate qui.


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