3 febbraio 2018

Abilismo

L'abilismo è la discriminazione nei confronti delle persone che hanno una disabilità.
Non è sempre intenzionale o apertamente ostile, spesso ci sono dietro addirittura delle buone intenzioni o ignoranza, ma questo succede anche con l'omofobia, per dirne una, e non significa che sia meno da combattere: in questi casi è una sorta di "razzismo" benevolo.
L'abilismo è importunare un estraneo per strada e sentirsi in diritto di fargli domande personali perché è in carrozzina. È il tono condiscendente di un commesso nei confronti di un cliente disabile. È stupirsi che una persona cieca lavori.
L'abilismo è la sede del tuo Comune non accessibile alle carrozzine.
È il disgusto malcelato per certe disabilità, l'impazienza di fronte a chi è leggermente più lento in fila alla cassa. È l'usare deliberatamente un linguaggio offensivo, è il bullismo verso chi è disabile.
L'abilismo sono gli autobus della linea urbana della tua città senza pedana di accesso.
L'abilismo è far sentire una persona invisibile: voltarsi dall'altra parte, evitare di interagire con un collega o compagno disabile. È un insegnante che parla di un suo studente disabile come se non fosse presente.
L'abilismo è il meccanismo che rende semplice per chi non è autosufficiente il processo per andare a vivere in una casa di cura, e difficile vivere a casa con assistenti di propria scelta.
L'abilismo è sostenere che un ragazzo disabile dovrebbe essere grato di qualunque attenzione sessuale o romantica gli venga rivolta, e pensare che non dovrebbe essere troppo esigente o selettivo.
L'abilismo è l'inefficienza di molte sale blu in contrasto con l'efficienza dello stesso servizio per i non disabili che viaggiano in treno.
L'abilismo è suggerire, implicitamente o esplicitamente, che una persona disabile sarebbe meglio morta.
È considerare accettabile che una persona in carrozzina assista ad un concerto in una zona laterale, molto distante dal palco, circondata da alte sbarre, senza possibilità di scelta.
L'abilismo è non invitare un amico in carrozzina da qualche parte perché si pensa che sia "troppo difficile".
L'abilismo è nella copertura mediatica degli omicidi di persone disabili da parte dei genitori o caregiver, quando il focus è solo su quanto fosse devastante la disabilità della vittima, e su quanto assisterla costituisse un fardello per i non disabili, senza condannare l'atto di violenza in sé, come se non fosse sempre e comunque un omicidio.
L'abilismo sono il marciapiede senza rampe e senza percorsi tattili, i semafori senza dispositivo acustico, i programmi tv dove non è possibile attivare i sottotitoli per i sordi.
L'abilismo appartiene alla stessa famiglia di sessismo, omofobia, transfobia, razzismo.
[Maria Chiara]

28 dicembre 2017

Lettera a un adolescente disabile

Accogli la tua disabilità per quello che è. Che non significa farne per forza un motivo di orgoglio o vedere la positività a tutti i costi, ma semplicemente capire che fa parte dell'esperienza umana e rifiutarsi di identificarla con l'immagine tragica che la società ti propone. Soprattutto, rifiutati di credere che essere disabile ti renda meno degno, meno meritevole, meno desiderabile e desiderante.
Non cedere alla tentazione di fare cose solo per dimostrare alla società il tuo valore.
Ci saranno persone che ti denigrano, o ti sottovalutano o ti discriminano. Nei casi più estremi ti ritroverai a convincere gli altri che sei una persona. Un po' di sconforto, per chi è discriminato, è normale e sano, ma evita più che puoi di compatirti.
Sii audace, osa il più possibile. Sii senza vergogna e libero da complessi. Cogli l'opportunità che hai, rispetto alle persone non disabili, di liberarti precocemente dai complessi e dalle sovrastrutture.
Avere un corpo o una mente non conforme ti dà un vantaggio nel liberarti più in fretta dagli schemi e dai modelli imposti in cui tutti noi siamo esortati ad ingabbiarci. Più che ad altri, la società ti cuce addosso dei ruoli, e sono dei ruoli particolarmente fastidiosi, quindi approfitta di questo fastidio come di una spinta a pensare con la tua testa.
Sii fiero, sempre, e ignora le persone che odiano per odiare. Combatti per ciò di cui hai bisogno, per ciò che ti meriti, per ciò che ti sei guadagnato. Chiedi aiuto quando ti serve, anche se può fare paura: scoprirai che è liberatorio.
Non avere timore di pretendere l'accessibilità che ti serve, non avere timore di chiedere alle persone di trattarti nel modo in cui hai bisogno di essere trattato, non avere timore di cancellare o rimandare un impegno perché non hai energia. La self-care, cioè avere cura di sé stessi, è importante.
Non sprecare energia a "passare" per il più "normale" possibile. A sostenere in ogni momento possibile di essere proprio come tutti gli altri, a rassicurare che non hai bisogno di nessun "trattamento speciale".
Il concetto di normalità è fuorviante, perché la normalità non esiste. Riconosci che non sei sbagliato per il mondo in cui vivi, ma che il mondo in cui vivi, in alcune cose, è sbagliato per te.
Non snobbare la compagnia di altre persone disabili pensando che il vero "disabile inserito" sia quello che frequenta solo persone non disabili: in questo modo non fai altro che replicare le dinamiche di discriminazione che vivi sulla tua pelle. È con altre persone disabili che costruirai quella "community" essenziale a vivere con leggerezza le oppressioni che vivi e a sfidarle sempre. Ed è probabile che incontrerai in loro alcune delle persone più importanti della tua vita.
Non scusarti per le tue necessità che appaiono sempre come "extra"; se sei in carrozzina non scusarti perché prendi sempre tanto spazio, o perché devi chiedere aiuto ai tuoi amici. Chi più chi meno, abbiamo tutti bisogno di aiuto l'uno dell'altro.
Per quanto sia difficile in un mondo che ci insegna la vergogna, coltiva il disability pride in ogni sua forma.
Vivi in un mondo in cui il tempo, gli spazi, i corpi, le opinioni delle persone disabili sono continuamente invasi e non rispettati. In una società in cui sono tantissime le persone zelanti pronte a dare consigli non richiesti, soprattutto su come essere disabili, ascolta il tuo corpo, e nessun altro. Goditi i momenti belli e vivi secondo le tue regole. Prenditi dei rischi, cogli le occasioni ogni volta che puoi, divertiti.
[Maria Chiara]

19 dicembre 2017

"Dovresti ascoltarmi!"

Il fatto di usare una carrozzina elettrica mi fa sperimentare situazioni bizzarre: sono una specie di calamita per balordi e curiosi.
Per esempio, qualche settimana fa ero a Londra per la mia laurea. Un pomeriggio stavo passeggiando con la mia famiglia, col freddo glaciale di fine novembre che mi scorticava deliziosamente l'epidermide. Ad un certo punto ci siamo rifugiati in un Prêt à Manger.
Ci sediamo a un tavolo, e mentre cerchiamo di ristabilire la nostra temperatura corporea a livelli accettabili per la sopravvivenza, e in generale ci facciamo i cavoli nostri, un tizio comincia a fissarmi.
Dopo un po' si avvicina, si rivolge a mio fratello e, puntandomi il dito contro, se ne esce con la domanda rompi-ghiaccio più elegante di tutti i tempi:
"È nata così?" (Ovviamente in lingua angla, quindi "Was she born that way?")
Mio fratello lì per lì non capisce, quindi si gira verso di me.
I miei meccanismi difensivi scattano, perché so abbastanza bene che chi si approccia in questo modo è da evitare in toto, quindi ribatto direttamente con: "Non voglio parlare con te"
Il tizio punta di nuovo gli occhi su di me, e mi colpisce il fatto che sono freddi e che non traspare nessuna emozione. Sembra molto sicuro di sé.
"Invece dovresti ascoltarmi, conosco qualcuno che può aiutarti".
Io ripeto: "Non voglio parlare con te. Puoi andare via?"
Lui non si muove e continua a fissarmi immobile, stupito e offeso.
Dico ancora "Vai via?" e sono sull'orlo del: "Se non te ne vai chiamo la polizia" quando finalmente si schioda e fa per andarsene.
"Come vuoi", dice in modo vagamente minaccioso, scandendo le parole e girandosi con deliberata lentezza, "ma avresti dovuto ascoltarmi".
Con questa perla finale da film thriller, esce dal bar.
Capita a volte che delle persone mi fermino per strada. Sconosciuti che, attirati dalla mia ruspante e a quanto pare seducente carrozzina elettrica, mi rivolgono la parola in giro. In genere però la gente mi fa "solo" carezze, o mi chiede se mi può baciare (di solito vecchiette), o mi dice che sono brava a guidare (di solito i maschi di mezza età). Quasi mai la gente insiste nel volermi "aiutare".
Questa del Prêt à Manger è stata una delle cose più inquietanti di sempre, e mi ha lasciato addosso una bruttissima sensazione. Secondo quell'uomo, io NON POTEVO non volere il suo prezioso aiuto: si percepiva in modo tangibile tutta l'arroganza e il piedistallo da cui mi guardava.
Il fatto di essere a volte fermata o salutata da completi estranei in virtù del fatto che uso una carrozzina ha dei risvolti imbarazzanti.
Perché quando a salutarmi, magari da lontano, sono dei conoscenti o degli amici che magari non vedo da tempo, io per una frazione di secondo penso: e chissu chi è? È un balordo che cerca di abbordarmi, o è qualcuno di cui mi dovrei ricordare?
Come quella volta che ero in giro con Chiara, e un ragazzo alto col cappellino con la visiera mi ha salutato: "Ciao!".
Ho il sole proprio in faccia, e sono un po' infastidita perché è un posto pieno di zanzare che bramano la mia pelle. Non ho voglia di perdere tempo con sconosciuti, quindi replico con un aristocratico "Salve" e supero il ragazzo con uno scatto felino, procedendo sulla mia strada. Sento che, dietro di me, Chiara si ferma e parla.
Dopo un po' Chiara mi raggiunge. È sola.
Scopro con orrore che il ragazzo era nostro cugino.
SBEM!
A mia discolpa posso dire che non ci vediamo spesso, però quello che mi preme sottolineare è che, non riconoscendolo, ho dato per scontato che fosse uno sconosciuto "curioso", e per autodifesa ho attivato la modalità fuga.
E ovviamente mia sorella non mi ha perculato per cinque giorni. No, no.
[Elena]

21 novembre 2017

Come comportarsi con le persone diversabili.

Disclaimer: si scherza 

Ultimamente sono sempre di più le persone diversabili che si incontrano in giro. Magari uno di loro è un tuo collega, compagno di scuola, vicino di casa, ed è per questo che il titolo ti ha incuriosito. 
Ora che uno o più diversabili fanno parte della tua vita, improvvisamente sei diventato consapevole che anche loro, in realtà, sono persone.
Che fare adesso?
Allora, prima di tutto sappi che non sei solo.
Altri, come me, ci sono già passati e sono abbastanza esperti da poterti guidare in questo mondo. Ecco alcuni consigli utili:
-Innanzitutto, come chiamarli? La disabilità è una cosa molto brutta, quindi quando chiamiamo queste persone dobbiamo sottolineare le cose positive, quello che comunque hanno di buono, anche per dar loro un contentino. Quindi "persone diversamente abili" o "diversabili" va benissimo, ottimo anche "persone speciali". Se proprio devi citare la disabilità, mettici sempre "persone" davanti, quindi "persone con disabilità". Assicurati che sia chiaro che prima di tutto sono persone.
-Ci sono solo due tipi di persone diversabili: quelli simpatici e quelli antipatici. I primi sono autoironici e scherzano continuamente sulla loro disabilità in modo da mettere - giustamente - a proprio agio i normali, e sono sempre positivi e allegri, hanno tanta gioia di vivere, e sono coraggiosi. Poi ci sono quelli resi acidi dalla loro condizione, che si sono arresi e non escono di casa perché odiano tutti e non accettano la loro disabilità. È semplice, ci sono solo queste due categorie. Puoi regolarti allo stesso modo per entrambe: carezze per i primi perché sono tanto pucciosi, carezze per i secondi, così li addolcisci.
-Capisco bene che è difficile rivolgersi a loro direttamente: molti sembrano fragili, alcuni parlano male, si muovono a scatti, alcuni sono immobili, altri hanno comportamenti strani. Nel dubbio rivolgiti sempre ai loro assistenti o familiari, anche per domande che riguardano loro. Ad esempio per prendere le ordinazioni al bar se sei un cameriere: "Lui cosa prende?". Per rompere il ghiaccio va benissimo anche "Lui come si chiama?", sempre rivolto alla persona normale che lo accompagna. Se hai di fronte un gruppo di persone diversabili rivolgiti alla persona del gruppo che sembra meno diversabile.
-Fai vedere che tieni a loro: ricordati, quando sei in giro, di fare domande intime e personali sulla loro disabilità. Non ti scoraggiare se ti sembrano arrabbiati o risentiti: fanno parte della seconda categoria. Assicurati solo di dar loro dei buffetti sulla testa, mostra loro che sono amati per quello che sono, puoi anche baciarli o far loro carezze. Non preoccuparti, non passerai dei guai per questo, il consenso vale solo per il sesso!
-Considerali sempre degli esempi di vita: alle persone diversabili piace essere utilizzati come insegnamento per gli altri. Loro sono contenti di essere un esempio tramite la loro tenacia e forza nel fare le cose quotidiane. Uno degli obiettivi più importanti della loro vita è infatti essere di ispirazione per noi e incoraggiarci a perseguire i nostri obiettivi nonostante le difficoltà.
Sono persone diverse, molto diverse dalla nostra realtà, però molti di loro si possono ritagliare un pezzettino di realizzazione personale nell'educare noi.
Quindi assicurati di ringraziarli tutti quanti - non avere timore di ringraziare anche le persone estranee su Facebook - perché con la loro condizione tragica ti ricordano ogni giorno di quanto tu sia fortunato.
Premiali dicendo loro che sono degli eroi, soprattutto quelli che incontri mentre fai la spesa.
[Maria Chiara]

4 ottobre 2017

Selezioni

Colloquio a una candidata assistente, oggi.
A una breve conversazione iniziale, seguono le domande di routine:
Elena: - Ok, adesso ti faccio delle domande per farti inquadrare meglio il lavoro e il ruolo di assistente... Vado con la prima!
Se tu dovessi essere preoccupata per qualco-
Candidata (si sporge in avanti): - Per cosa?? Per la tua disabilità!? Noooooooo non mi preoccupa!!
Elena: - Aspetta, fammi finire...
Se dovessi essere preoccupata per qualcosa che riguarda me e il modo di assistermi, con quale persona ne parleresti?
Candidata: - Beh... con i tuoi genitori! Tanto sono loro le persone più vicine a te!
*sorrido a mo' di Dolores Umbridge*


Descrizione dell'immagine: Dolores Umbridge, con una giacca rosa e un sorriso falso.

9 settembre 2017

Assistente sociale non pervenuta

Il mio Comune mi darà per un anno un contributo esiguo per pagare le mie assistenti personali. In teoria il "progetto" - lo chiamano così - è iniziato il primo luglio, ma in pratica non si è ancora visto un euro: il Comune è in ritardo di più di due mesi col pagamento.
Sto inviando varie email all'assistente sociale di riferimento per sapere in quale galassia di Guerre Stellari siano finiti questi soldi.
Ma non mi risponde più. È scomparsa, si è volatilizzata senza lasciare traccia.
E io ho paura.
Ho paura per lei, eh.
Ho questa immagine di lei inghiottita da un buco nero, e temo sia vera. In un libro che leggevo da piccola c'era un buco che sprofondava sotto terra e non aveva una fine. Temo che la mia assistente sociale sia finita lì, e ora venga sballottata nelle viscere della terra, in balìa di moti sotterranei e imprevedibili.
Non c'è altra spiegazione.
[Elena]

4 settembre 2017

"Provare" la disabilità

Esistono varie iniziative in cui si simula la disabilità con lo scopo di creare conoscenza e sensibilizzare. Ad esempio iniziative dove le persone salgono su delle carrozzine e percorrono un tratto di strada per rendersi conto delle barriere architettoniche. L'intento è buono, ma siamo sicuri che siano utili? Io credo che a volte possano addirittura essere controproducenti.
Dietro all'apparenza di iniziative lodevoli e dietro alla buona volontà degli organizzatori ci sono varie considerazioni da fare.
Una persona che cammina e che trascorre un'ora su una carrozzina manuale scopre un mondo pieno di ostacoli: non è facile trovare una strada di una città italiana che non abbia scalini o alberi piantati in mezzo al marciapiede. E fin qua tutto ok: di certo male non fa che una persona non disabile tocchi con mano - anzi, con ruota - le barriere architettoniche: diventerà probabilmente un cittadino più attento, magari anche solo nel parcheggiare l'auto.
Il problema è che queste simulazioni, inevitabilmente, danno delle prospettive molto superficiali delle vite dei disabili, perché si tratta di persone che non hanno mai usato carrozzine manuali che si trovano improvvisamente a doverne guidare una a forza di spinte. Tra parentesi, di solito non si fanno testare carrozzine elettriche in queste iniziative (perché giustamente bisogna evitare incidenti disastrosi) però per amor di rigore si dovrebbe dedicare maggiore attenzione alla mobilità di chi usa le carrozzine elettriche, che sono anche quelle che più risentono delle barriere architettoniche.
Ma torniamo al povero bipede che si sta spingendo a forza di braccia: è chiaro che troverà una certa difficoltà, non avendo esperienza nel guidare una carrozzina, figuriamoci su un marciapiede pieno di crateri. È un'esperienza per forza di cose non autentica: la persona che guida la carrozzina non è davvero disabile, quindi non è dotata di tutta l'esperienza e le strategie di adattamento di un disabile "vero". Non conosce il modo ottimale per spingersi, la razionalizzazione dei movimenti in modo da risparmiare energie, le tecniche migliori per superare gli ostacoli.
Per lui o lei sarà quindi un'esperienza non facile e potenzialmente frustrante, perché si muoverà in un modo che non gli appartiene e a cui, molto semplicemente, non è abituato. In quel momento non vive l'esperienza di una persona disabile (per cui spesso la carrozzina è il modo più naturale di muoversi) ma un'esperienza, potremmo dire, peggiorata dalla sua inesperienza.
Il rischio che si corre con queste iniziative è che la frustrazione per le difficoltà nel muoversi sfoci automaticamente in quel pietismo che è il nemico numero uno dei diritti.
Il rischio è che la persona che ha provato l'esperienza se ne vada a casa con una sorta di conferma che la vita dei disabili è brutta e tragica.
Tra l'altro, un assembramento di persone deambulanti che usano delle carrozzine pone anche delle questioni di rispetto di un'identità, forse secondarie e sfumate, ma comunque importanti. La disabilità è un'identità, né più ne meno che essere gay o donna o di pelle nera, ed è vissuta da molti come tale, con i concetti di disability pride e di comunità disabile. La disabilità non è un costume o un vestito da indossare e togliere a piacimento.
Inoltre, non ci dovrebbe neanche essere bisogno di provarla come esperienza, per sapere che i marciapiedi vanno costruiti con le rampe, i parcheggi per disabili non vanno occupati e gli esercizi pubblici devono essere accessibili.
Ci sono leggi per questo, ed è un po' triste pensare che le opere di sensibilizzazione non avrebbero senso se le leggi fossero implementate.
Non c'è bisogno di simulare di essere una donna incinta per sensibilizzare sulla necessità delle casse prioritarie, no? È un dato di fatto che non deve nemmeno essere spiegato, e lo stesso dovrebbe succedere, in un paese avanzato, con le rampe per superare gli scalini.
Queste opere di sensibilizzazione sono cose con cui sicuramente molti politici - a livello locale e non - si riempiono la bocca, dato che la disabilità è una realtà che si presta molto ad essere sfruttata e strumentalizzata, insieme all'immigrazione.
Senza voler assolutamente sputare sull'impegno di associazioni e politici, e mantenendo il rispetto per le buone intenzioni altrui, mi sento di fare un passo indietro prima di elargire lodi sperticate alle iniziative di simulazione della disabilità.
Le iniziative sulla disabilità in generale sono troppo spesso legate a un sentirsi "bravi" da parte degli amministratori, troppo spesso appellate in termini di "iniziative lodevoli", e sui giornali si parla degli organizzatori come di persone particolarmente sensibili, ma sull'effettiva utilità di alcuni eventi ci sarebbe da disquisire.
Insomma, di solito queste attività non contribuiscono efficacemente all'avanzamento a lungo termine del movimento per i diritti dei disabili.
Il fatto è che dovremmo accogliere positivamente le differenze come dato di fatto dell'esistenza umana senza che sia necessario imitarle prima.
[Maria Chiara]
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