2 luglio 2018

Perché non dico che sono una "persona con disabilità"

Sono disabile. Non mi piace dire che sono una persona con disabilità.
All'inizio - e con "all'inizio" intendo prima di rovesciare l'internet nella lettura avida e compulsiva di ogni articolo possibile e immaginabile scritto da attivisti disabili (soprattutto americani) sulla disabilità e la giustizia sociale -, mi definivo disabile perché "persona con disabilità" mi sembrava un'espressione lunga, ampollosa e scomoda da usare. Ora lo sono anche per altre ragioni.
Premessa banale ma importante: specifico che la cosa fondamentale ovviamente è che ognuno possa decidere come definirsi, insomma che non ci siano imposizioni su come uno debba chiamarsi e che tutti siano liberi di fare la propria scelta - oppure anche di non scegliere affatto ma di oscillare tra termini diversi a seconda di come ci si sveglia la mattina.
Personalmente però mi dà un pochino fastidio che in un documento ufficiale come la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ci sia scritto "persone con disabilità" fino alla nausea - anche quando la frase diventa troppo lunga o ripetitiva - come se questa espressione fosse l'unica opzione.
Dico "con disabilità", quando voglio specificare che tipo di disabilità sia quella di cui sto parlando - fisica, sensoriale o altro - o quando ho usato "disabile" troppe volte in un testo scritto; ma altrimenti non la uso, perché non condivido il motivo per cui è stata concepita.
Chi sostiene che "persona con disabilità" sia l'espressione "corretta", di solito dice che è un'espressione che mette l'accento sulla persona, che la mette al primo posto, che mette in chiaro che la persona e la disabilità sono ben separate. L'idea è quella di vedere la persona, prima, e poi la disabilità. A me questo concetto sembra abbastanza banale, perché certo che non vogliamo essere ridotti alle nostre caratteristiche singole, certo che vogliamo essere visti nella nostra interezza e complessità. Ma, ehi, essere visti come esseri umani complessi e sfumati è quello che vogliono tutti, credo.
L'uso preferenziale di "persona con disabilità", insomma, vorrebbe proporsi come obiettivo quello di sottolineare il tuo valore di individuo distaccato dalla disabilità. Però se questo è l'obiettivo, allora si implica che la disabilità è negativa, qualcosa da cui gli individui dovrebbero provare a dissociarsi se vogliono essere considerati pienamente persone, e che in un certo senso “disabile” è una brutta parola, come se dire solo "persona disabile" rischiasse di oscurare la persona. L’uso esclusivo di "persona con disabilità", quindi, sembra suggerire che la disabilità è qualcosa che può creare imbarazzo: in pratica, accetta e giustifica lo stigma che sostiene di stare combattendo.
Insomma, quand'è che essere disabili è diventato tanto brutto e indesiderabile che abbiamo sentito il bisogno di specificare che chi è disabile è prima di tutto una persona? Il fatto che sono una persona dovrebbe essere scontato, grazie tante: dire che sono disabile lo nega o intacca in qualche modo? Perché se devo specificare che sono una persona, allora vuol dire che era in qualche modo in dubbio. Siamo così disumanizzati che il nostro essere persone deve essere sottolineato e assicurato?
"Persona con disabilità" vuole ricordare che avere una disabilità non ti toglie valore. Ma perché dovrebbe togliertene? Per me non ha senso.
La disabilità non coincide con la mia identità, ma ne è parte integrante, e non c'è niente di male. Non c'è modo di vedere la persona senza la disabilità. Anzi, separarmi dalla mia disabilità per me personalmente sarebbe un torto, perché significherebbe negare una parte della mia identità. Vorrebbe dire non riconoscere e non rendere giustizia a diritti conquistati o persi, o più semplicemente significherebbe ignorare di avere un corpo fatto in un certo modo e non in un altro, e questo potrebbe portare a ignorare i miei bisogni di accessibilità. La disabilità non è un brutto fungo nato accanto a un albero dal quale devo annunciare la mia estraneità col megafono tutte le volte che posso: è un fottuto cerchio dell'albero, e contribuisce a essere chi sono. La disabilità non è un accessorio che spero passi inosservato: nel momento in cui speri che nessuno "faccia caso" alla tua disabilità, è un po' come se negassi te stesso.
La disabilità non è una caratteristica marginale della mia esistenza: essere disabile è una cosa che mi definisce così come mi definiscono, per esempio, l'essere una donna o l'essere italiana. Ci sono aspetti negativi e positivi, come per tutte le identità sociali: odio quando non posso entrare in un locale perché ci sono le scale all'ingresso, odio quando vengo discriminata, ma essere disabile ha portato alcune persone fantastiche nella mia vita, mi ha risparmiato relazioni con persone che hanno comportamenti discriminatori e mi ha reso più facile conoscere alcuni temi di giustizia sociale che reputo fondamentali ed empatizzare a livello profondo con le altre minoranze.
Diversamente da altri aggettivi che riguardano l'identità, "disabile" viene spesso percepito come inerentemente negativo: invece "sono una donna" o "sono italiana" non hanno connotazioni negative. Non c'è pressione verso lo specificare che sei una persona, prima, nelle altre identità. Non vediamo nei thread di Facebook persone che commentano ‘eh, però dovresti dire "persona con omosessualità", perché la persona viene prima di tutto!’ Questo perché genere, nazionalità o orientamento (anche se quest’ultimo solo di recente) sono tendenzialmente visti come caratteristiche neutre, o positive. Anche se ovviamente ci sono connotazioni sessiste sulle donne, razziste su alcune nazionalità, o omofobe sulle persone LGBT, nessuno si sognerebbe mai di specificare che sono una persona con femminilità o con eterosessualità.
Dire che sono una donna non cancella tutto il resto di ciò che sono. Questo trattamento "di separazione" viene riservato solo a chi è disabile. Perché la disabilità è la cosa più brutta del mondo, vero? Qualcosa da cui separarsi a tutti i costi, pena l'autoghettizzazione e l'esclusione del magico mondo dei "normali".
Per molti, poi, essere disabile non è solo una descrizione neutra: è un'identità, una cultura, una fonte di orgoglio in una società che ti dice che essere disabile fa schifo. Per me lo è.
[Elena]

26 giugno 2018

Problemi di socializzazione o abilismo?

"Per socializzare di più, sta alla persona disabile mostrarsi estroversa, fare tante battute".
"È la persona disabile che deve fare la parte di rompere il ghiaccio: deve fare quel passo in più per venire incontro agli altri, in modo che vedano "oltre" la disabilità".
Questi discorsi li ho sentiti spesso da alcune persone in carrozzina o con altre disabilità.
Loro sostengono cioè che per "aiutarci" nelle relazioni noi persone disabili dobbiamo fare uno sforzo in più, sfoderare le nostre carte migliori, mostrarci un po' più estroversi di quello che siamo.
Questi discorsi mi lasciano sempre un po' perplessa, più che altro per il tono di certezza granitica e rassegnata.
Alcuni adolescenti ma anche adulti disabili a volte faticano a socializzare, è vero.
Conosco varie persone disabili che proprio per questo motivo in adolescenza hanno fatto sempre i pagliacci, i giullari del gruppo. Perché? Perché hanno capito che così venivano più coinvolti e inseriti nelle dinamiche del gruppo.
Snocciolare battute comiche, venire sempre incontro agli altri, attivare un sarcasmo politicamente scorretto per mostrarsi avvicinabili.
Se non si è inseriti bene nel gruppo, a sentire alcune persone disabili, vuol dire che ci si è sforzati troppo poco in questo senso.
Ma dovranno fare un po' troppe cose queste persone disabili?
Possibile che la responsabilità sia sempre di chi è disabile?
Penso che bisogna smettere di dare così tanta importanza alla questione "far parte del gruppo". Il rischio di dover stare sempre a dimostrare qualcosa, di rendersi sempre simpatici e interessanti, sempre sul pezzo, è quello di snaturarsi, quasi di perdere la propria identità.
Siamo costantemente incoraggiati a rassicurare chi non è disabile, provocare il minor fastidio possibile, compensare, quasi, per le nostre mancanze, far dimenticare ai bipedi che siamo in carrozzina, fare il possibile per far capire che ehi, siamo proprio come loro, scherziamo anche noi, facciamo battute volgari anche noi!
Ma indovinate un po': il mondo non gira intorno a chi non è disabile. Non dobbiamo dimostrare niente.
Stare bene con se stessi, in definitiva, mostrarsi al mondo senza maschere, è più importante di farsi accettare ed essere inseriti nel gruppo.
A volte, semplicemente, il problema non riguarda affatto il modo di porsi della persona disabile, ma l'abilismo.
Se alcuni coetanei a scuola o colleghi al lavoro non ci vedono come loro pari, più di tanto non ci si può fare.
La cosa importante è capire che il problema, spesso, non siamo noi persone disabili.
Si continua ognuno per la propria strada: alcune persone, dopo un primo periodo di pregiudizi e timore ad avvicinarsi, diventeranno più inclusive. Per altri invece forse questo non succederà mai.
Amen. Il mondo è pieno di pesci.
[Maria Chiara]

19 giugno 2018

"I primi ad auto-discriminarsi sono le persone disab..."




Descrizione immagine: vignetta frequentemente parodizzata con Batman che dà uno schiaffone a un uomo.
Contenuto dei fumetti:

Uomo: - "I primi ad auto-discriminarsi sono le persone disab..."
Batman: - "L'abilismo è sistemico!!"
-"Ci cresciamo tutti dentro!"
-"Dire che i primi a discriminare se stessi sono le persone disabili è abilismo!!"

15 giugno 2018

Abilismo interiorizzato: quando l'oppressione è interna

È dura lottare per i propri diritti quando in fondo in fondo si pensa di non meritarseli.
Le persone socialmente stigmatizzate (che subiscono ad esempio transfobia, omofobia, sessismo, insomma tipi di oppressione sociale e violenza pervasiva) a volte riversano l'oppressione esterna su sé stesse o sulla propria categoria sociale.
In pratica, interiorizzano i messaggi tossici che la società getta loro continuamente addosso nei media e nella vita quotidiana. È molto semplice, quasi inevitabile. Tutti noi siamo anche prodotti della società e della cultura in cui viviamo, e la società e la cultura sono sature di messaggi che pongono le persone in una gerarchia a seconda delle loro caratteristiche. Quindi la persona che fa parte di una o più categorie marginalizzate viene spinta a conformarsi con quella parte che la società giudica "normale", e a giustificarsi continuamente per quello che fa, per quello che è.
Conoscevo una signora che pensava che gli uomini fossero più intelligenti delle donne, che fosse un fatto biologico, scontato. Ho conosciuto una ragazza di origine africana che ogni sera si spalmava sul viso crema schiarente o impacchi al limone. Ho conosciuto un ragazzo pakistano che sosteneva convinto che la pelle chiara fosse oggettivamente più bella, e che un bianco non poteva capire perché la dava per scontata. È una dinamica tipica delle minoranze, quella di voler “assomigliare” al gruppo di maggioranza, cioè quello che non viene discriminato.


Ora parliamo dell'abilismo interiorizzato: quella serie di convinzioni tossiche su se stessi in quanto persona disabile e sulla propria categoria.
Da donna disabile, sperimento il sessismo e l'abilismo, anche se tendo a sentire molto di più il secondo, che trovo molto più pervasivo, radicato e istituzionalizzato.
Ricevo la mia buona quantità di messaggi tossici dalla società, dai media, dagli insegnanti, dai medici, dagli sconosciuti; sperimento comportamenti abilisti, che mettono cioè l'abilità fisica o mentale come criterio per gerarchizzare le persone, e devo fare uno sforzo per non interiorizzare tutta questa m**da. Per far sì che non abbia impatto negativo sulle mie scelte, sulla mia vita. L'abilismo, infatti, ti dice certe cose: e tu, se non lo riconosci come tale, finisci per crederci.
È particolarmente facile interiorizzare le idee e i pregiudizi di una società che vede e tratta la disabilità come "altro", come qualcosa di inerentemente tragico e non desiderabile, da evitare o da trattare come oggetto di pietà.


L’abilismo interiorizzato vuol dire sentirsi inferiori, meno degni e meritevoli degli altri, vergognarsi di chi si è e di come si è. Vuol dire non riconoscere il proprio valore o arrivare a odiare se stessi - o aspetti di se stessi. Tutto questo perché ci si paragona ad un presunto ideale di "normalità".
Il problema è che si tratta di un pensiero inconscio che permea una visione del mondo, difficile da decostruire. È nel momento in cui ce se ne rende conto che si può iniziare a sradicare questo comportamento.


L’abilismo interiorizzato porta ad accettare di non partecipare appieno alla società, perché ci si sente, in fondo, fondamentalmente diversi – si pensa cioè che i problemi non siano la mancanza di servizi e l'accessibilità non garantita.
Un pensiero inconscio può essere appunto questo: che essere disabile comporti un "essere altro", una diversità così orribile, importante e totalizzante che dev'essere proprio questa la ragione per cui riceviamo un trattamento pessimo nella società e subiamo discriminazioni. Il mio assistente mi tratta male? Be’, sono disabile dopotutto, deve essere difficile prendersi cura di me. Il negozio sotto casa è inaccessibile? Be’, una rampa costa, il mio diritto alla libertà di movimento è poco importante. Eccetera.
Può capitare di accettare comportamenti abilisti con un vago malessere senza nome che non si sa come chiamare, pensando che dopotutto siano comportamenti comprensibili, normali, perché siamo noi a essere diversi e fuori dalla "norma", no?
Abbiamo paura di diventare fastidiosi, ancora più di quello che già la società inaccessibile ci fa sentire. E allora cerchiamo di creare meno disagi possibile. Perché altrimenti crediamo di essere tacciati come troppo drammatici, piagnucolosi, pessimisti, pignoli, polemici, incazzati, "difficili" come coloro che "la fanno troppo grossa", e non vogliamo certo confermare gli stereotipi che gli altri hanno di noi!


Dopotutto, ci viene spesso insegnato a mimizzare la nostra disabilità, a “non farla pesare”, invece che a riconoscerla come parte integrante della nostra identità.
Impariamo che la cosa migliore è "superare la disabilità": cosa vuol dire a livello pratico devo ancora capirlo. "Superare" la disabilità implica considerarla un fardello, qualcosa per cui essere compatiti. E ci mette nella condizione di dover combattere una parte di noi stessi, cosa deleteria e semplicemente impossibile. Si può arrivare a considerare la disabilità come qualcosa che nasconde una presunta "vera identità". Come se tu non fossi abbastanza, e ci volesse una versione di te non disabile per essere davvero davvero a posto.


La disabilità diventa la ragione per un complesso di inferiorità, che influenza l'immagine generale che la persona ha di se stessa.
Crescere e parlare di se stessi usando il solo linguaggio medico della patologia – come spesso accade – può essere pericoloso e fuorviante, perché si tratta di un linguaggio che esprime difetti e incompletezza rispetto a un supposto corpo "normale" che in realtà non esiste. "Affetti da", "soffrire di", sono espressioni deleterie e configurano la disabilità come qualcosa di cui si è vittima, e le persone disabili come sfortunate, fragili e mancanti.


Un’altra faccia dell’abilismo interiorizzato è che, in quanto disabili, ci sentiamo in dovere di dimostrare qualcosa, perché le aspettative della società verso di noi sono basse in partenza.
E allora diciamo a gran voce che quella laurea l'abbiamo presa, che non siamo stupidi, che "non siamo mica disabili mentali".
Ci convinciamo che dobbiamo fare il massimo, impegnarci, raggiungere l'eccellenza - anche se non ci procura gioia - e allora forse non dovremo più dimostrare niente e varremo tanto quanto le persone non disabili. Questo è un comportamento difficile da contrastare: diventa difficile fare solo quello che ci va senza badare ai giudizi esterni, perché se facciamo qualcosa di “mediocre” rischiamo effettivamente di essere sottovalutati, non presi sul serio, discriminati.
Ma sentire l'obbligo di dover dimostrare continuamente il proprio valore alle persone che ti sottovalutano è una cosa super stancante. Fare sempre quello sforzo in più per essere considerati è una pratica estenuante.
Si può arrivare a sforzare eccessivamente il proprio corpo cercando di fare sempre di più, cercando di mostrare che non siamo da meno rispetto alle persone non disabili, tra l’altro spesso non rispettando la fatica di affrontare un mondo non accessibile.


Alcune forme di abilismo interiorizzato somigliano superficialmente ad un'alta stima di sé: parlo del vantarsi della propria presunta "normalità" etichettando altre persone disabili come "pigre" o "lamentose". Oltretutto questa "normalità" fatta di successi personali di solito non è altro che vantaggio sociale, per esempio l’avere una buona condizione economica e delle opportunità che ti hanno permesso di fare cose.
Si tratta in realtà della paura di essere scambiati per "uno di quelli", uno di quelli che rispondono allo stereotipo del disabile triste, chiuso in casa e passivo. Ci si sente insomma superiori ad altre persone disabili, quelli che "sono messi peggio" da cui ci si cerca di distanziare, come a voler dire: "non sono come loro, accettatemi nella vostra società di Normali!"
Disprezzare altri nella propria categoria è lo specchio del proprio odio interiorizzato. Buttare giù quelli che consideriamo "più disabili" di noi significa ripetere le stesse dinamiche di discriminazione che viviamo sulla nostra pelle.
Un comportamento simile è escludere a priori una relazione con un'altra persona disabile perché diciamo che "non dobbiamo accontentarci". Come se stare con un'altra persona disabile volesse dire accontentarsi. In pratica pensiamo che una relazione con una persona disabile valga di meno. Che, allora, una relazione con noi valga di meno.


Di fondo, abbiamo paura che la gente ci dica che ci piangiamo addosso e che siamo la causa della nostra ghettizzazione: si tratta di uno schema ricorrente nelle varie categorie sociali marginalizzate.
L'oppressione orizzontale si trova tra le donne (misoginia orizzontale), tra le persone dello stesso gruppo etnico (razzismo interiorizzato, colorismo), tra le persone LGBT (omofobia/ transfobia/ bifobia interiorizzata) e in generale in tutti i gruppi discriminati. Destabilizza i movimenti per la giustizia e l'uguaglianza, e ci tiene occupati a combattere tra di noi piuttosto che focalizzarci sulla questione macroscopica dell'oppressione generale.
Del resto, "l'oppressione interiorizzata è [...] il risultato del nostro maltrattamento. Non esisterebbe senza la reale oppressione esterna che forma il clima sociale in cui esistiamo. Una volta che l'oppressione è stata interiorizzata, basta poca forza per mantenerci remissivi. Coviamo dentro di noi il dolore e i ricordi, le paure e la confusione, la scarsa autostima e le basse aspettative, e li trasformiamo in armi con cui feriamo noi stessi ancora e ancora, ogni giorno della nostra vita" (Marks, 1999).


Per riassumere, e per dare una carrellata di esempi di abilismo interiorizzato:

Abilismo interiorizzato è l'idea di dover essere sempre grati per l'accessibilità; l'idea di non meritare le stesse opportunità dei propri pari non disabili; cercare di normalizzare il più possibile i propri comportamenti e il proprio corpo; spingersi oltre ai limiti fisici per non creare disagi.

Abilismo interiorizzato è provare odio o vergogna verso il proprio corpo disabile; è la paura di non essere "abbastanza"; la volontà di voler in qualche modo "compensare" la propria disabilità; è la paura di essere parte attiva nell'iniziare una relazione affettiva; pensare che i propri bisogni siano troppi; considerare l'abuso e il bullismo come normali, sentirsi un peso; dire di essere "diverso e speciale”, o di contro affannarsi continuamente a dire "non sono diverso", "sono come te"; essere a disagio quando si è vicino ad altre persone disabili, per paura dei giudizi della gente; continuare, facendoti del male, a frequentare persone abiliste che hanno dimostrato di considerarti inferiore.

L'abilismo interiorizzato è non riuscire a riconoscere l'abilismo perché hai normalizzato una pratica.

Il tuo corpo, la tua identità vanno bene esattamente così, sono perfetti e fantastici esattamente come sono, perché sono tuoi. Rendono te, te.

[Elena]

23 maggio 2018

Termini fuorvianti

"... Perché questi ragazzi disabili..."
E te ti aspetti di vedere dei teenager brufolosi, ma poi vedi, oltre ai sopracitati teenager, quarantenni e gente sulla soglia della terza età.
Ragazzi.
Le persone disabili sono tutte ragazzi.
[Elena]

9 maggio 2018

"Ausmerzen - Vite indegne di essere vissute" di Marco Paolini

Ho passato gli ultimi giorni di aprile a casa con la tosse, e allora ho scelto di intrattenermi con un libro allegro e leggero che mi rilassasse. 

"Ausmerzen - Vite indegne di essere vissute" è un libro importante, scritto in modo così intenso da essere a volte insopportabile. Affronta e indaga un tema abbastanza dimenticato, da conoscere anche perché sia possibile riconoscere certi discorsi, avvenimenti e pratiche di oggi per quello che sono. Ve lo consiglio tanto.




Descrizione immagine:
Elena è distesa, all'aperto, davanti a un muro di mattoni. Indossa una maglietta fucsia, mostra il libro di Marco Paolini, "Ausmerzen - Vite indegne di essere vissute".

5 maggio 2018

Gite scolastiche e discriminazioni

Una bambina disabile in carrozzina di Ardea non è andata in gita. Stando alle notizie, all'autobus con la rampa è stato ritirato il libretto, non è stato trovato un altro autobus accessibile e la bambina è rimasta a scuola. La madre ha denunciato la cosa facendo una diretta Facebook.
Sono incavolata. Molto.
Ho letto le "giustificazioni" della scuola e mi sembrano inconsistenti. So che trovare un altro pullman accessibile all'ultimo momento è molto difficile, quindi secondo me la gita andava rimandata, non c'erano alternative.
Esaminiamo le parole del preside a commento della questione.
“Quella che in queste ore sta circolando è l’immagine distorta della nostra scuola, tacciata come discriminatoria e non inclusiva, quando non è affatto così. Il nostro Istituto si trova in un quartiere molto difficile e siamo abituati a trattare certe situazioni con la massima delicatezza e il massimo rispetto.”
Secondo la mia esperienza, quando si inizia dicendo che la disabilità è una situazione da trattare con "delicatezza" e "rispetto", c'è spesso una certa malafede, e un'attitudine a vedere la disabilità come "disagio sociale".
Dopotutto si tratta solo del diritto di una bambina a stare con i suoi compagni, ad avere lo stesso trattamento e a vivere le stesse esperienze. Perché sembra che sia necessario trattare la disabilità con i guanti?
Il preside continua:
“Ci sono impegni, accordi e regole che se non vengono rispettate portano a sanzioni e provvedimenti importanti. La gita riguardava la visita alla tenuta presidenziale di Castel Porziano a Roma: capirà bene che un simile incontro, fissato con largo anticipo e per giunta con degli accorgimenti non da poco legati alla sicurezza, non può essere annullato nel giro di ventiquattro ore. Per questo ci siamo dimostrati disponibili da subito..."
È difficile credere che qualcosa non si possa spostare. Il fatto che una studentessa disabile non possa partecipare al pari dei compagni non è un motivo sufficiente a rimandare? Non è una causa di forza maggiore?
Ma passiamo alla parte più incredibile, quella in cui vengono proposte le "alternative" per permettere alla bambina di partecipare alla gita:
"...proponendo alla mamma della ragazzina alcune alternative come, ad esempio, quella di trasportarla seduta, nella massima sicurezza, sul sedile dell’autobus, legandola con le apposite cinture e mettendole accanto due insegnanti per proteggerla; la vicaria dell’istituto si sarebbe presa la responsabilità di trasportarla personalmente alla tenuta; infine, avremmo permesso alla madre di partecipare alla gita per accompagnarla lei stessa se quest'opzione fosse stata preferita… Ma niente, la famiglia non ha voluto sentire ragioni e si è opposta fin da subito.”
Ok, ricapitolando.
Alternativa numero 1) Togliere la bambina dalla sua carrozzina, trasportarla in braccio sull'autobus, farla sedere su un sedile (legandola con "le apposite cinture", mi raccomando, cosa fondamentalissima da dire) con due maestre a fianco.
Molte persone disabili possono stare solo sulla loro carrozzina, e stare in un sedile diverso può comportare scomodità, dolore, fatica a respirare o pericolo di danni fisici.
Essere trasportati in braccio, se costretti, è una rinuncia dell'autodeterminazione del proprio corpo: è ingiusto dover scendere a compromessi sulla propria indipendenza e comodità a causa della mancanza di accessibilità.
Per non parlare del fatto che stare seduti vicino agli insegnanti per un bambino è un modo molto triste per viaggiare.
Alternativa numero 2) Trasporto separato.
Tutti sanno che il momento clou della gita è il viaggio in autobus.
Mi dispiace deludere i dirigenti scolastici e gli insegnanti che sicuramente si impegnano per trovare le mete delle uscite d'istruzione, ma onestamente alle elementari della meta non mi importava molto, e mi piaceva andare in gita per motivi molto meno "culturali".
Ogni momento della gita è prezioso: dovrebbe essere lo stesso per tutti i bambini. È inaccettabile che ai bambini vengano tolte opportunità di socializzazione.
Le persone disabili hanno continuamente ingressi separati, posti separati, trasporto separato, trattamento separato: una segregazione continua e sistematica. Almeno la scuola dovrebbe essere esempio virtuoso per come organizzare la società, nonché un ambiente dove un bambino si senta protetto e al sicuro.
E poi arriva l'Alternativa numero 3. Quella di far venire la madre.
"...avremmo permesso alla madre di partecipare alla gita per accompagnarla lei stessa": è posta addirittura come una concessione.
Perché notoriamente i genitori delle persone disabili non fanno un cazzo dalla mattina alla sera a parte seguire i loro figli come segugi affezionati, pronti a risolvere tutti i problemi che si presentano.
Ditemi. Come. Questa cosa. Sembra accettabile.
È accettabile solo perché la bambina è disabile. C'è un doppio standard nel trattamento dei bambini disabili e non disabili.
Quello della madre della bambina viene definito uno sfogo di rabbia impulsivo, ma quando sei di fronte a un'ingiustizia non sai cosa fare. Quando vedi che tua figlia deve scegliere tra stare scomoda, accontentarsi di un'esperienza peggiore o stare a scuola, non sai cosa fare. E, ci metterei la mano sul fuoco, questo non sarà stato il primo episodio di discriminazione. Applaudo questa madre per aver avuto la freddezza e la lungimiranza di tirare fuori il cellulare e documentare la cosa.
La "violazione della privacy" causata dalla diretta Facebook - su cui ci sono state polemiche - mi sembra davvero il male minore.
Ancora il preside:
“C’è stata una vera e propria violazione della privacy da parte dei genitori della bambina. In quel video si vedono chiaramente dei minori e altri adulti senza, ovviamente, aver dato il consenso alla pubblicazione. Si tratta di una diffusione illecita di dati e di un uso improprio delle immagini, con tanto di diffamazione verso la scuola. Lo stesso comitato dei genitori si è sentito colpito da questo gesto che ha fatto passare le altre famiglie come insensibili, solamente perché non è stato possibile annullare o posticipare l’uscita (quando, come già detto, non sarebbe stato necessario avendo offerto delle soluzioni anche se non quella sperata di avere un altro autobus con pedana).”
Purtroppo non ho fatto in tempo a vedere la diretta, perché ora è stata rimossa, ma onestamente mi puzza un po' che il comitato dei genitori si sia "sentito colpito da questo gesto che ha fatto passare le altre famiglie come insensibili": la reazione dovrebbe essere prima di tutto quella di empatizzare con la bambina che non ha potuto partecipare, non sentirsi colpiti.
Se vuoi veramente aiutare qualcuno non ti concentri su di te, ma su di lui.
La parte lesa qui è inequivocabilmente la bambina, è lei che ne sopporterà le conseguenze, è lei che ha subìto un'esclusione. Non la scuola, non gli altri bambini.
"Capiremo in privato di chi sono certe responsabilità e se si sarebbe potuto fare di più. Questo è un forte momento di imbarazzo per noi, abbiamo subito una grave diffamazione a fronte del duro lavoro che compiamo ogni giorno per includere tutti, nel massimo del rispetto, offrendo una formazione migliore possibile. Non ci stiamo: saranno probabilmente presi dei provvedimenti verso chiunque abbia contribuito alla diffusione di questa immagine distorta.”
Il fatto è che ormai non importa molto di chi sia stata la responsabilità. Importa capire come evitare danni simili in futuro, importa gestire le ripercussioni.
Importa cosa hanno imparato gli altri bambini: e quello che hanno imparato questa volta è che la compagna disabile si può anche lasciare indietro. Non è una cosa molto educativa, e non vale una gita.
La pedana con l'autobus è l'unica soluzione possibile, fattibile, giusta. E in questo caso, visto che non era disponibile un autobus accessibile alternativo, la cosa giusta da fare sarebbe stata rimandare la gita.
Le altre sono semplicemente opzioni inadeguate, perché qualunque tipo di segregazione è più che inadeguata.
Se uno studente deve rinunciare a qualcosa di basilare pur di partecipare, non è vera inclusione.
Se proponi un'esperienza di serie b, vuol dire che pensi che anche lo studente sia di serie b. Non si esaurisce tutto nel binomio "ha partecipato o non ha partecipato": conta anche il "come" ha partecipato, e molto.
Il preside non rinuncia a dire questa perla finale:
"Ci sono un sacco di realtà meritevoli, come il fatto che molti dei nostri alunni stiano partecipando ai campionati nazionali della matematica: questo però non viene raccontato, perché non fa notizia, e si tende sempre ad amplificare ciò che crea scompiglio. È troppo facile così. Visto il contesto difficile nel quale ci troviamo, credo che accendere i riflettori sul bello e sul buono che c’è faccia bene a tutti, ragazzi in primis."
Citare le olimpiadi di matematica in questo contesto è ridicolo. Non c'entra nulla, e riecheggia una cultura elitaria, che niente ha a che fare con l'educazione civica.
A me sembra un po' come dire: "Ok, qui da noi è successa un'ingiustizia, però siamo acculturati".
[Elena]
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