10 luglio 2020

Candidature divertenti e sessiste per assistente personale

Questo è un reale messaggio che mi è arrivato dopo aver messo uno dei miei annunci di ricerca assistente.
Badate che l'annuncio parlava espressamente di turni pagati a ore, non di convivenza o vitto o alloggio.
A quanto pare rido con poco: credo di essere stupida, perché più lo leggo e più mi fa ridere. Quindi lo pubblico per creare anche in voi un po' di disagio.
Ecco qui:
Ciao Elena, ti contatto per l'annuncio Assistente personale per ragazza disabile, Uomo Italiano disponibile con vitto e alloggio,intera giornata,la notte dalle 22:00 alle7:00 trovate una donna mentre io riposo,da sempre nel campo dell'assistenza a disabili e malati terminali la sensibilità di un uomo senza sbalzi d'umore senza ciclo mestruale senza stress di figli, famiglia,scuola,probletiche varie permette una concentrazione maggiore e quindi una costanza maggiore, serietà, bravo cuoco, pulizie, accudimento, patentato disponibile a 1400 euro netti più vitto e alloggio.bella presenza,sana forma fisica, niente barba/tatuaggi/alcol/caffè

9 luglio 2020

Luglio è il mese del Disability Pride!

Il Disability pride per me è essere contenta di chi sono in un mondo che mi dice costantemente che non dovrei.
È non odiare la mia vita e non guardare dall'alto in basso quella delle altre persone disabili in una società che ci vede come una tragedia, ci ricorda regolarmente che vorrebbe che non esistessimo e ci disumanizza.
È non sforzarsi di "superare" la mia disabilità (cosa vuol dire, poi??) e sembrare il "meno disabile" possibile allo scopo di mettere a loro agio le persone non disabili.
È rifiutarsi di accettare meno di quello di cui ho bisogno, non scusarsi per il nostro diritto di accedere alla società, non scusarsi di prendere spazio.
Il Disability pride è sapere che non sono sola, perché c'è una community di persone incredibili, brillanti, solidali e che non chiedono i diritti "per favore" insieme a cui crescere, lottare e festeggiare.
Ed è non dimenticarsi di tutti quelli che sono venuti prima, che in tempi più difficili ci hanno spianato la strada.
È essere consapevole che la disabilità arricchisce la mia prospettiva: essere disabile ti apre gli occhi a un sacco di marginalizzazione e alle strutture di potere, nel bene e nel male.
Il Disability pride è essere fiera di essere disabile in una società in cui questa idea viene accolta con ampio scetticismo.
Luglio è il mese del Disability pride!
Happy Disability Pride Month!

[Maria Chiara]


Descrizione immagine: primo piano di Chiara, che indossa una maglia bianca e ha capelli neri fino alle spalle. Sullo sfondo, un albero e una vecchia porta di legno.


6 luglio 2020

Wade Blank e il movimento per la liberazione delle persone disabili

Negli anni Settanta in Colorado c'era un certo Wade Blank, un uomo non disabile che andò a lavorare come operatore in una struttura residenziale dove vivevano delle persone disabili.
"Vivevano" è un parolone, perché nella struttura residenziale le persone non autosufficienti subivano abusi e venivano derubati del loro pocket money da parte di alcuni operatori, e avevano i letti infestati da insetti. Erano in pratica prigionieri e torturati. Wade, da persona decente, protestò con la direzione e si alleò con i residenti. Introdusse animali domestici, sigarette e musica nella struttura, che erano tutte cose vietate; aiutò i residenti ad uscire per concerti e eventi.
Fu licenziato.
Ma ormai a Wade e ai residenti era saltata la mosca al naso. Wade aveva una certa esperienza con i movimenti per i diritti civili e aveva protestato insieme a Martin Luther King. Fece pressione al governo perché i fondi per la struttura venissero diretti invece all'assistenza autogestita: ci riuscì, e un po' così e un po' con l'aiuto di persone volontarie, le persone disabili poterono uscire da quel buco dove l'unica cosa all'orizzonte era la morte. Si trasferirono in appartamenti, prima condivisi tra loro, per condividere l'assistenza; poi, man mano che con più attivismo arrivavano più fondi, appartamenti singoli o con chi pareva a loro.
Liberi dalla struttura e finalmente in grado di fare quello che volevano, queste persone disabili si trovarono davanti al problemino che, ops, i bus non erano accessibili.
Fanno causa alla ditta di autobus ma la pratica si incaglia. Allora il 5 e 6 luglio 1978 - per fare pressione - diciannove persone liberate dalla struttura (la "Gang of Nineteen") occupano un incrocio trafficatissimo bloccando gli autobus. Casino generale. La polizia non vuole fare la parte di "quelli cattivi" arrestando delle persone disabili: tentenna, mordicchiandosi le unghie, per un po'. Poi arresta gli assistenti (non disabili).
Furboni! Le persone disabili fanno causa per non essere stati considerati cittadini "arrestabili" e soggetti dietro a un movimento per i diritti civili. Vincono.
Continuano a fare attivismo. Da questo gruppo nasce ADAPT, un movimento nazionale che ancora oggi opera negli Stati Uniti, lottando per la deistituzionalizzazione, l'assistenza e l'accessibilità e contro la tortura e l'eugenetica. In questi giorni stanno protestando per l'omicidio di Michael Hickson.
[Elena]

5 luglio 2020

Michael Hickson non è stato curato dal Covid perché disabile (e nero)

L'11 giugno in Texas è morto Michael Hickson, un uomo disabile nero americano malato di Covid. Con "è morto" intendo che i medici si sono rifiutati di curarlo perché hanno decretato la sua vita di qualità troppo bassa per ricevere le cure. Nel senso che per loro se viveva da disabile o moriva era uguale. Hickson è stato lasciato senza medicine, e anche senza cibo e acqua, e anche senza poter vedere moglie e figli. È stato ucciso da abilismo e razzismo sistemico.
È disponibile online (e la lascio nei commenti) la registrazione del medico che dice alla moglie di Hickson che non lo cureranno perché la sua qualità di vita è troppo bassa e ogni trattamento futile per una persona "nelle sue condizioni". È agghiacciante e vi sconsiglierei di ascoltarla se capitate su questo post prima di andare a dormire, se non fosse che dobbiamo tutti sentirla e impararla a memoria per capire appieno cosa vogliono dire "abilismo e razzismo sistemico".
E ora spero di non essere in più se uso la morte di Hickson per fare delle osservazioni: il fatto che è morto dovrebbe parlare da sé e bastare, e mi sento a disagio a scrivere altro.
Ma voglio dire che non c'è nulla di nuovo in questa morte.
L'abilismo medico è frequentissimo, in tutti i paesi. Tutti i miei amici e conoscenti disabili l'hanno sperimentato. Posso contare sulle dita delle mani i medici NON abilisti che ho conosciuto, e soprattutto da piccola di medici ne ho frequentati un po'.
Peter Singer pubblica libri di filosofia in cui scrive che le persone disabili hanno una qualità di vita inferiore, e non è stato ancora radiato.
Scoppiano casi di bambini neonati a cui vengono negate le cure negli ospedali e l'opinione pubblica si scatena dicendo che i genitori che vogliono "accanirsi e mantenere in vita" il bambino sono dei poveri stronzi, e che i medici e le istituzioni sono i più competenti. Ma all'opinione pubblica sfugge che c'è una storia di abilismo strutturale che in realtà non è storia, è presente.
I giornali che si occupano spesso di giustizia sociale non stanno parlando di Michael Hickson. Sapete dove mi tocca leggerne, dopo che nelle organizzazioni per i diritti delle persone disabili? Nei giornali antiabortisti e in generale conservatori. Perché hanno ripreso loro la notizia e i giornali che si occupano spesso di diritti muti?
In realtà era prevedibile: spesso la disabilità negli ambienti di giustizia sociale è menzionata solo se c'entra il suicidio assistito o l'aborto dei feti con problemi medici. Altrimenti ciao, non sembra interessare. Che l'attivismo per la giustizia sociale abbia un problema grosso così con le persone disabili è un fatto sempre più evidente.
E che dire dei numerosissimi morti di Covid in RSA e RSD dovuti alla bassa qualità delle cure e al fatto che le strutture in caso di malattie infettive sono bombe a orologeria? Strutture che in primo luogo non dovrebbero esistere, perché è contro i diritti umani segregare delle persone. Ma siccome sono disabili è qualcosa di normalizzato.
Non ci si sta dedicando all'abilismo strutturale. E la gente muore.
Ho paura del Covid non tanto perché potrei essere a rischio. È l'abilismo medico che mi terrorizza. È il modo in cui le persone disabili vengono trattate in ospedale. Il rischio sempre presente che mi vengano offerte cure di qualità inferiore col pensiero che "tanto questa già c'ha una vita di merda, che cazzo cambia?"
[Elena]

Descrizione immagine: Mezzobusto di Michael Hickson, un uomo in carrozzina che sorride. È nero e ha la barba.


1 luglio 2020

Perché non dobbiamo separare le lotte tra persone con diverse disabilità

Quando si parla di disabilità, discriminazione e pari opportunità a volte si insiste sul fatto che le disabilità sono tutte diverse e che per ognuna va fatto un discorso a parte.
Spesso è una retorica fuorviante.
Chiaramente la community delle persone disabili è molto eterogenea ed è importante tenerlo presente per non banalizzare le questioni. Ma in realtà l'abilismo si manifesta in modo estremamente simile nei confronti di persone con disabilità diverse.
Mentre siamo occupati a dire che "ogni disabilità è un mondo a sé", l'abilismo se ne frega e avvolge chiunque sia disabile senza fare distinzioni, come un fumo schifoso e nauseabondo. Persone con la sindrome di Down e persone cieche vivono il paternalismo strisciante quando vengono scartate con delle scuse ai colloqui di lavoro, persone in carrozzina e persone con disabilità intellettiva si sentono dire "che bravo che lavori, così ti tieni impegnato!", persone sorde e persone autistiche sono protagoniste di video acchiappalike con la musica strappalacrime.
Vedo tanta enfasi sul concetto che ogni disabilità sarebbe a sé.
Solitamente chi lo ripete sono le persone non disabili, ma anche le persone con disabilità fisiche o meno impattanti: nei discorsi sulle pari opportunità si sente dire che per le persone con disabilità intellettiva (o comunque disabilità definite più "gravi") è diverso, che ci sono necessità diverse.
Ma non ci sono necessità diverse o speciali. La necessità comune a tutti rimane quella di vivere bene e liberi.
Invece spesso passa il messaggio che in pratica se le disabilità sono diverse, le "soluzioni" per raggiungere le pari opportunità dovrebbero essere diverse: guarda caso, di solito alle persone con disabilità più impattanti si rifilano le soluzioni che prevedono la minore libertà.
Quando questi discorsi li fanno le persone disabili, solitamente entra in campo qualcosa di molto comune, e cioè l'urgenza di affermare la propria identità di persona con una disabilità meno stigmatizzata allo scopo di distanziarsi dalle persone con disabilità intellettiva. Uno sforzo dunque per essere percepiti come "più simili" alle persone non disabili e meno simili a quelle percepite come persone disabili "di serie B", a cui è legato uno stigma peggiore: in definitiva un meccanismo di sopravvivenza, per poter godere dei vantaggi sociali che ne conseguono.
È importante invece ricordarsi, come community di persone disabili, che, molto banalmente, è più ciò che abbiamo in comune che ciò che ci differenzia: l'abilismo ha mille facce ed è pervasivo.
Per le persone disabili che hanno avuto pochi contatti con altre persone disabili, è sempre una sorpresa dolceamara a un certo punto scoprire che non solo a quelli con la tua stessa disabilità succedono le cose più assurde, ma anche a quelli con disabilità molto diverse dalla tua. E scoprire che si è trascorso un sacco di tempo a pensare che eravamo gli unici a cui capitavano certe cose.
È su questo che dobbiamo porre l'accento. Sul confrontarsi con persone con disabilità diverse dalla nostra, oltre che con la stessa nostra. Sul trovare insieme strategie comuni. Perché alla fine quello che ci unisce è la resistenza all'abilismo, e non è una questione da poco.

[Maria Chiara]

28 giugno 2020

Disabilità e coming out

In questo periodo di Pride, penso alle persone disabili LGBT+ che non possono vivere la propria identità perché vivono in una famiglia omo/bi/transfobica da cui dipendono fisicamente, da cui non possono liberarsi perché non ci sono i servizi di assistenza personale.
[Elena]

23 giugno 2020

Peli

Ero piccola quando notai che a livello sociale alle donne veniva richiesto (imposto) di depilarsi e agli uomini no. Mi fece abbastanza incazzare, e giurai appassionatamente che da grande non mi sarei depilata. Volevo fare la donna che non si depila e che sceglie di intenderlo come atto politico, per affermare qualcosa. Quella che la guardi e pensi ah, quella donna ha scelto di non depilarsi per sfidare le imposizioni sociali.
Sì, lo so che il femminismo dice che puoi fare quel cacchio che ti pare del tuo corpo, eh, compreso depilarti quanto ti pare e piace, un attimo, non ero a quel livello di complessità.
Poi, passati un po' di anni, mi venne la pulce nell'orecchio. Compresi che in quanto donna disabile, le mie velleità di protesta sociale non avrebbero avuto lo stesso valore, o almeno non il valore che avevo pensato di dargli fino a quel momento. Una donna disabile che non si depila semplicemente concretizza quello stereotipo della persona disabile sciatta e trascurata che vediamo nei film. Mi figuravo come un'immagine rassicurante, una "donna disabile che non si depila perché non gliene frega di essere presentabile", oppure "che non può perché ha una vita faticosa".
(Questo ovviamente era quando me ne fregava ancora del giudizio degli estranei.)
Però, prima che potessi prendere una decisione sull'annosa questione, venne fuori che il problema non si poneva.
Ho i peli - quelli che sono visti da più persone insomma - radi, sottili e biondi. E questo mi ha tolto dall'incomodo, perché sono davvero quelli che la società definirebbe "peli discreti". Quindi restano lì, senza ulteriori pare mentali. Ma accidenti che rottura le aspettative sociali incrociate quando fai parte di due categorie marginalizzate.

[Elena]

Descrizione: primo piano di Elena, che indossa una maglia blu scuro con stelline argento, occhiali blu e capelli lunghi castani. Sullo sfondo, un muro di mattoni e una finestra.


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