10 novembre 2018

Contratti e buste paga...

Ho scritto un'email all'ufficio a cui mi rivolgo per fare i contratti e le buste paga alle mie assistenti, chiedendo precisazioni su alcuni costi. Ma non mi stanno rispondendo, e non è la prima volta.
Ieri Facebook mi pubblicizzava il "Corso base in amministrazione del personale, gestione paghe e contributi".
FACEBOOK, STAI CERCANDO DI DIRMI QUALCOSA??
[Elena]

8 novembre 2018

"Proprio non ci è possibile aiutarla"

Devo andare a un evento in un Hotel a cinque stelle, e scrivo un messaggio per chiedere se è tutto accessibile. Mi rispondono che ci sono cinque scalini alti, e che possono mettere a disposizione delle persone per trasportarmi: purtroppo non possono offrirmi nessunissima altra soluzione. Anche se scocciata dall'incomodo, procedo a dire il peso della carrozzina (140 kg) e che serviranno circa 5 persone forti. Specifico che la carrozzina è già stata trasportata in precedenza su circa 10 scalini in alcune occasioni.
Ore 13.54
Hotel:
"Buon pomeriggio Elena,
la situazione che mi descrive è purtroppo troppo complessa da poterla gestire; complessa per un discorso di responsabilità e di personale da mettere a disposizione.
Il peso indicato è elevato da supportare e i gradini di accesso alla sala sono alti e stretti , per svolgere in sicurezza un atto di sollevamento del genere non possiamo chiedere se non a personale professionale o che normalmente fa assistenza e che noi non abbiamo a disposizione.
Le confido che abbiamo aspettato qualche giorno nel risponderle per capire cosa poter fare, infine abbiamo constato che proprio non ci è possibile aiutarla.
Certi di una sua comprensione,"
Ore 14.40
Elena:
" Salve,
Non so cosa vi aspettavate quando avete proposto aiuto, una carrozzina leggera? Sono sinceramente curiosa. Che soluzione pensavate di offrire?
Io in questo modo mi trovo a tre giorni dall'evento nella scomoda situazione dell'impossibilità a partecipare.
La carrozzina è già stata trasportata su più di cinque scalini dagli addetti alla sicurezza.
Se una vostra sala non è accessibile, bisogna provvedere a una soluzione.
Mi trovo controvoglia a dover segnalare l'inadempienza ai media, una cosa che ormai faccio di routine viste le numerose discriminazioni in luoghi pubblici come i concerti e in ditte come le compagnie aeree"
Ore 17.50
Hotel:
"Salve Elena,
le comunichiamo che ci siamo relazionati con l'associazione ed è stato deciso di cambiare la sala dell'evento.
La sala in questione è facilmente accessibile
La aspettiamo con piacere sabato.
Cordiali Saluti"
...
La minaccia del pubblico ludibrio fa sempre stringere un po' il sedere

7 novembre 2018

L'importanza di utilizzare il giusto linguaggio nel rapportarsi con le istituzioni

Il Comune di Senigallia, la nostra città, ha deciso di aumentare la compartecipazione alle spese per i servizi di assistenza domiciliare alle persone disabili. Da un contributo di 15-20-30 € mensili iniziali di compartecipazione si arriverebbe a una spesa mensile fino anche di 800 €, insostenibile per quasi tutte le persone interessate. Nelle trattative, ancora aperte, si sta valutando un tetto massimo di 400 € mensili, insostenibili anche questi.
Non possiamo accettare il fatto che venga sdoganata la compartecipazione alle spese, quando l'assistenza per gli atti quotidiani è un diritto che non dovrebbe essere basato sulla disponibilità economica delle persone. Allo stesso tempo non posso non criticare alcuni concetti espressi nella richiesta dell'Associazione Amici disabili fatta tramite l'Unione nazionale consumatori - Marche rappresentati dall'avvocato Canafoglia, e il linguaggio utilizzato. Le parole sono importanti e sono state dette varie cose che non credo facciano l'interesse delle persone disabili. Vi elenco dei punti che secondo me sono problematici:
Si parla innanzitutto di "un servizio prima eccellente", si dice che "il sistema dei servizi sociali fino ad oggi nel nostro territorio è stato estremamente elevato", che "il nostro Comune ha sempre avuto una particolare attenzione verso la disabilità". E ancora, si parla di "alta forma di civiltà dimostrata in questi anni dalla nostra comunità". Ecco, io capisco l'importanza di sottolineare ciò che si è fatto di buono, ma così mi sembra di esagerare. Di Comuni davvero attenti alla disabilità qualcuno se ne trova, ma Senigallia non è tra questi. Ho ventisette anni e le ore di assistenza erogate dal Comune sono sempre state largamente insufficienti per le necessità mie e di moltissime persone che conosco.
L’associazione continua affermando che "l'educatore rappresenta spesso l'unico amico che i disabili hanno, per cui sarebbe devastante se una famiglia vi dovesse rinunciare". Questa concetto è gravissimo e contribuisce a creare una cultura retrograda sulla disabilità. Concordo pienamente sul fatto che spesso si crea un "forte legame professionale, affettivo e di fiducia reciproca" con educatori e personale di assistenza in genere, per cui è essenziale una continuità del servizio, ma non c'era bisogno di una frase che, seppur inconsapevolmente, sminuisce e degrada le persone disabili. Chi ha una disabilità può avere amicizie come chiunque altro. Se messo in condizione di farlo, ovviamente, il punto sta tutto qui: se non si ha l'assistenza per poter uscire di casa quando si vuole oppure un servizio educativo, farsi degli amici può effettivamente diventare complicato.
Poi si parla delle spese ingenti legate alla disabilità, e viene detto che "per una famiglia con figli normodotati ad un certo punto della vita le spese si riducono perché i figli spiccano il volo, per noi famiglie con la disabilità, invece, questo non accadrà mai". Sono completamente d'accordo per la questione delle spese, è chiaro che la disabilità è legata a un onere economico, ma non se ne può più di questa retorica dei figli disabili che non spiccano il volo. Detto in questo modo è un po' ambiguo, sembra quasi una conseguenza connaturata alla disabilità. I figli disabili possono spiccare il volo eccome, con un supporto adeguato. In quanto persone disabili siamo già sminuiti e sottovalutati in parecchie occasioni, non buttiamoci giù ulteriormente da soli. Cerchiamo tutti di cambiare qualcosa nella comunicazione, partendo anche da queste cose.
Nelle richieste dell’associazione, inoltre, si fa sempre riferimento ai genitori, alle "famiglie" che "non possono essere lasciate sole ad affrontare il problema dei propri figli disabili", si parla addirittura de "i propri disabili". Si menzionano sempre e solo genitori e figli disabili, ma… notiziona: a usufruire di questo servizio di assistenza a Senigallia sono anche persone disabili adulte, alcuni anche genitori a loro volta. È così difficile come concetto? Possibile che si debba rafforzare ancora l'immaginario comune per cui le persone disabili sono eterni ragazzi e eterni figli?
L'obiettivo dell'associazione è "che tutte le famiglie dei disabili paghino in base a quello che è il loro reddito, quindi operando una scelta estremamente democratica." Ora, si può dire tutto, magari si può dire che si tratta del male minore, ma non che questo sia estremamente democratico. Si sta parlando di famiglie normali, non certo di magnati del petrolio. Anzi, la disabilità è una delle principali cause di impoverimento: le famiglie spesso hanno un solo stipendio perché uno dei familiari tende a lasciare il lavoro per sopperire alla mancanza di assistenza. Quando poi si ha la fortuna di avere due stipendi è sempre in seguito a sacrifici e sforzi (sempre a causa della penuria di servizi), quindi è assolutamente ingiusto chiedere di compartecipare.
Le richieste terminano dicendo che "occorre uno sforzo comune, i genitori, le famiglie dei disabili sono pronti a fare sacrifici". Chiariamo una cosa: loro parlano per se stessi sulla questione del fare sacrifici. Io non sono pronta a fare nessun sacrificio, e come me molte altre persone di Senigallia. Quello sollevato non è certo un problema che comincia ora, le ore di assistenza erano scarse già da prima anche senza questa compartecipazione onerosa.
Sono questioni complesse, ma quello di cui sono certa è che chiedere poco sperando di ottenere qualcosa è una scelta che porta ad ottenere pochissimo, o niente. Secondo la mia esperienza, più si chiede e più si ottiene.
[Maria Chiara]

17 ottobre 2018

Parcheggi riservati

Informativo, franco e diretto e un po’ provocatorio: i cartelli che ci piacciono.
Triste dover dare una spiegazione, certo. 
Però molto meglio di "Vuoi il mio posto? Prendi il mio handicap!", che evoca uno spauracchio, oppure di "Parcheggia col cuore! ", che è sommerso di miele.

(Foto scattata da Simona Mandrino in un paesino nel Roero, provincia di Cuneo)



5 ottobre 2018

I bambini e la disabilità

Sento dire spesso che i bambini sanno essere spietati con chi è "diverso". In particolare sento dire che i bambini sono schietti e non la mandano tanto a dire per quanto riguarda la disabilità.
Nella mia esperienza di persona che gira in carrozzina elettrica, io questa spietatezza non la vedo.
Ho invece spesso modo di vedere, dei bambini, lo sguardo puro, tipico di chi osserva il mondo con occhi estasiati.
Soprattutto nei bambini piccoli, in età da scuola dell'infanzia, la mancanza di sovrastrutture è tangibile, e nonostante la veda spesso, a volte mi sorprende.
I bambini non hanno avuto il tempo di sviluppare certi stereotipi, e nei confronti della carrozzina provano ammirazione e fascino. Non sono solo affascinati dai meccanismi di come si guida: loro vorrebbero la mia carrozzina, vorrebbero farci un giro sopra. E lo esprimono ad alta voce, mettendo in imbarazzo alcuni genitori, facendone ridere divertiti altri.
I bambini piccoli non hanno fatto esperienza del carico di giudizi negativi, dell'aura di paura e di tristezza che ruota intorno alla carrozzina, e la vedono come quella che è: un mezzo motorizzato, collegato alla velocità, alla libertà, e potenzialmente al divertimento.
E allora scattano le tipiche frasi, spesso urlate tirando il braccio ai genitori:
"La voglio anche io"
"Una poltrona con le ruote! "
"Papà, guarda come va veloce! "
E "Mamma, me la compri?", che mi fa sempre ridere.
Tristezza, compatimento e imbarazzo si vedono solo negli sguardi di (alcuni) adulti.
[Maria Chiara]

17 settembre 2018

Disabilità e figlicidio: riflessioni sui fatti in provincia di Cagliari

Non voglio scrivere cose inutili sulla donna che il 6 settembre ha ucciso i suoi figli disabili in provincia di Cagliari. Al contempo ogni volta che leggo un articolo sulla vicenda mi viene il mal di stomaco, non solo per la vicenda in sé ma anche per il modo in cui se ne parla. E poi è difficile, perché essendo disabile mi identifico con la parte uccisa. La parte immobile sul letto che vede arrivare la propria madre con un fucile da caccia.
Ma volevo parlare del fatto che nella cronaca non si parla a sufficienza delle vittime, dei figli. Sappiamo a malapena i loro nomi, raramente compare anche il cognome. Non si sa che cosa facessero nella vita: ma certo, i disabili fanno i disabili. Non hanno vita, relazioni, scopi, obiettivi, lavoro: vivono solo in quanto "peso" per i loro caregiver. O almeno traspare questo da degli articoli di giornale in cui veniamo a sapere che Angela Manca, di anni sessantaquattro, madre amorevole, dedita e eroica, ha ucciso tragicamente i suoi figli che amava tanto.
Sono abbastanza ignorante sul burn out e sulle sue conseguenze. Non dubito che la madre avesse un carico di lavoro extra: ho letto varie cose sul fatto che i due uomini avessero un po' di assistenza da parte dei servizi, ma so che sicuramente non era tutta quella necessaria. Non dubito che la madre fosse preoccupata per il futuro dei suoi figli. Ma tutto questo giustifica il fatto che tutto ciò su cui la cronaca si concentra siano la disperazione e la fatica della donna?
Quelle che conosco bene, comunque, sono alcune dinamiche sociali. Gli omicidi da parte dei cosiddetti caregiver delle persone disabili sono tutto sommato piuttosto frequenti, ma fanno poco scalpore: chi uccide viene costantemente giustificato e sconta pene minori, sostanzialmente perché, si sa, la vita delle persone disabili vale di meno. Succede anche in altri paesi dove i servizi ci sono, dove non c'è la "giustificazione" del troppo carico di lavoro.
I caregiver sono una categoria molto influenzata dall'abilismo della società. Subiscono tutte le discriminazioni finché il figlio è piccolo, spesso anche dopo. Si vedono martellare che i loro figli valgono meno degli altri. Vedono che ai loro figli non vengono date le stesse opportunità. Vivono l'odio rivolto ai propri figli, magari vorrebbero schermarlo, ma non sempre ce la fanno. È sicuramente una cosa che corrode e influenza.
Vorrei sapere se un ipotetico omicidio dei figli piccoli non disabili di un padre povero che si spacca la schiena per portare il cibo in tavola e che a un certo punto gli spara passerebbe lo stesso sulla cronaca senza troppa empatia verso i figli uccisi.
Non ho letto nulla che empatizzi con l'oppressione dei figli costretti a dipendere dalla madre a quarant'anni. Non so neanche che faccia hanno. I due uomini sono descritti esclusivamente nei loro bisogni assistenziali, come se si desse per scontato che non facessero niente nella vita. Sono disumanizzati.
Se c'è un articolo che parla di loro - al di là di espressioni come "grave disabilità" -, per favore mandatemelo, perché io non l'ho trovato.
Dal giornalismo spicciolo su questa vicenda sembra quasi che la vittima - quella veramente da compatire - sia solo la madre. Ed una vittima lo è. Lo è perché è stata costretta ad assistere i figli per molto tempo a causa di uno Stato abbastanza assente. Ma questo non giustifica il fatto che abbia deciso della vita di altri due individui. Onestamente non vedo paura del futuro o fatica nella cura dei figli che renda preferibile la loro morte.
Mi pare di leggere gli articoli di cronaca stucchevoli e fuorvianti sul femminicidio: c'è un'inquietante somiglianza.
Così la mamma era "eroica", la famiglia "buona", i figli "angeli" (insomma, già più di là che di qua anche da vivi). E la madre "quanto ha patito...!".
Sì, e quanto hanno patito Paolo e Claudio Calledda a dipendere dalla propria madre fino a quarant'anni, a venire quasi uccisi nel 2015 con un'overdose di farmaci, e venire finiti da un colpo di fucile senza poter fuggire.
[Elena]

5 settembre 2018

Stranezze tipiche dei candidati assistenti

Metto a cadenza regolare degli annunci su internet per trovare i miei assistenti personali. Le risposte che ricevo sono super varie e ce ne sono alcune che hanno l'effetto di trasformarmi in Ade di Hercules, con tanto di scintille che mi escono dal cranio.
I miei annunci sono molto chiari. Nell'annuncio chiedo già un cv e una lettera di presentazione. Poi mando una spiegazione più approfondita del lavoro a cui segue un questionario con alcune domande specifiche.
Ecco la mia top list delle cose che odio:
1) quelli che si presentano con "Brava, referenziata, italiana". Ora, passino le prime due, che ci posso pure credere. Anche se, oddio, dirsi "brava" da sola... Vabbè. Ma non me ne frega una cippa che sei italiana. Se pensi di poterlo elencare tra le caratteristiche positive ti sbagli. La nazionalità è una caratteristica neutra. A meno che tu non sia francese. Se sei francese ti assumerò saltando tutte le tappe per poterti sfruttare e fare pratica (scherzo ovviamente. O forse no).
2) quelli che dicono soltanto: "sono disponibile, chiamami", oppure "mi va bene chiamami", "potrei fare questo lavoro, chiamami". Allora carino, non ci siamo capiti. Tu devi essere SCELTO. Devi superare le prove di Harry Potter e la Pietra Filosofale. Non è un lavoro che "ti deve andare bene": tu devi andare bene a me, in primo luogo. In una ditta di elettrauto scriveresti a quello delle risorse umane solo "Sono disponibile a fare questo lavoro, chiamami"??
3) quelli che, alla mia richiesta di un certo materiale scritto, mi scrivono in tono paternalistico e arrogante: "Elena, credo sia meglio parlare e guardarsi negli occhi per capire se c'è empatia, piuttosto che una sterile e fredda presentazione scritta. Quando ti posso venire a trovare per prendere un caffè?".
Allora Elena, respira profondamente e conta fino a dieci.
Io ho tante candidature, ti pare che incontro proprio te? E ti pare che se la tua candidatura va bene non ti farò un colloquio prima di assumerti? Prima di farti entrare in casa mia?
Vuoi bruciare le tappe? Mi dispiace, ti sei bruciato il lavoro.
4) quelli che dicono cose strane sulla disabilità, tipo "Mi piace aiutare le persone che soffrono", oppure "grazie a Dio io sono sana", oppure "la disabilità purtroppo è una sfortuna ma con qualcuno vicino si può vivere quasi come tutti gli altri", oppure "faccio questo lavoro perché far sorridere i disabili mi dà gioia".
Potrei continuare all'infinito. Di solito questa fauna finisce nel cestino.
5) quelli che dicono "mi piacerebbe assistere sua figlia". Tiè! Non ho figli.
Aaah, ho capito, dai per scontato che l'annuncio per me l'abbia messo mia madre.
Che. Disagio.
6) quelli che dicono "Sono un infermiere, quindi so già fare questo lavoro", e anche "il lavoro di infermiere è la mia unica ragione di vita, non vorrei fare altro". Ehm, non so se hai letto il titolo dell'annuncio: "Assistente personale". E poi, nell'annuncio: "non è necessario aver avuto esperienze simili".
Mi è capitato di assumere persone che erano laureate in infermieristica. Purtroppo, spesso avevano un approccio medicalizzante e faticavano più delle altre a rendere conto a me.
Puoi essere un'infermiera e diventare mia assistente, ma non pensando di fare l'infermiera.
In ogni caso, preferisco di gran lunga un background da cuoca, parrucchiera o autista.
7) quelli che saltano le domande del questionario.
Ahahah, ma vi pare che non me ne accorgo? Se il resto del questionario va bene e vi do un colloquio, le domande che avete saltato vi verranno fatte di persona.
8) quelli (in realtà mi è capitato una volta sola) che si lamentano che mando le email visibilmente in serie. Siccome qualcuno mi manda il curriculum e non la presentazione oppure la presentazione ma non il curriculum, nell'email successiva - in cui spiego il lavoro - scrivo sempre questa frase: "ho bisogno di un curriculum e di una presentazione. Se non me li hai già mandati per favore mandameli altrimenti non posso considerare la tua candidatura." Una ragazza - che aveva fatto una presentazione molto dettagliata e aveva già mandato il curriculum - mi ha fatto una filippica altrettanto dettagliata, dicendo che era ferita dall'impersonalità della mia email. Chissà se dice così a tutte le ditte in cui cerca lavoro!
9) Chi si candida pur non avendo la patente, che è elencata nei requisiti essenziali insieme al buon senso dell'orientamento. Niente da commentare.
10) chi mi scrive solo: "è ancora disponibile il posto di lavoro?". Dai, fallo lo sforzo di mandare il curriculum e qualche riga su di te. Lo dico per te eh, avrai più chances.
Una volta rispondevo a molte castronerie, adesso non ci perdo più il tempo perché ho capito che - come si suol dire - se non c'è non frigge, e mi dedico invece ad attività più edificanti, tipo aprire cinquanta schede di Wikipedia sul cinema, cercare le proprietà del topinambur o sghignazzare davanti alle vignette di The Awkward Yeti.
Ora vado a rispondere alle candidature, Peace & Love!
[Elena]

[Gif di Ade arrabbiato, dal film "Hercules" della Disney]
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